Racket del caro estinto: indagini in tutta la provincia

IL TRUCCO Sul libro paga delle imprese gli addetti agli obitori che segnalano i decessi

Si allarga alla provincia l’inchiesta della magistratura sul racket del caro estinto. Da un paio di mesi infatti impresari di pompe funebri e infermieri di ospedali e case di riposo milanesi, stanno sfilando in procura per definire i termini di un fenomeno che non riguarda solo la città. Anche perché le grandi aziende, come San Siro o Varesina, sono penetrate nell’hinterland aprendo filiali o acquisendo piccole ditte locali.
Lo sciacallaggio nei confronti dei parenti dei deceduti è una piaga diffusa da sempre nell’intero territorio nazionale. E se in certe aree del Mezzogiorno la spartizione del territorio e dei morti viene gestito direttamente dalla malavita organizzata, non si poteva certo sperare che Milano e la sua provincia potessero rimanere isole felici. Da decenni ormai la parte del leone viene fatta da poche famiglie che, attraverso più società, si sono spartite il territorio arrivando ormai a controllare gran parte del mercato.
Il meccanismo è di una semplicità disarmante. Le diverse imprese di onoranze funebri si sono ormai stabilmente divise la piazza e ciascuna controlla uno o più ospedali e case di riposo. All’interno delle diverse strutture operano infermieri e addetti all’obitorio, stabilmente a libro paga, con il compito di avvertire tempestivamente di un decesso e impedire ai parenti di rivolgersi ad altre pompe funebri. Il compenso è piuttosto consistente: centinaia di euro a segnalazione perché presentarsi per primi, significa automaticamente assicurarsi il funerale. Non arriverà infatti nessun altro a offrire i propri servizi, aggredire un parente subito dopo la morte del congiunto, e trovarlo in uno stato di prostrazione che annulla ogni sua capacità critica e resistenza. Anzi spesso il becchino viene visto come uno che libera da gravose incombenze. Come dimostra il caso della signora Rosaria del Carmen Urrutia che dopo la morte del figlio Francesco D’Addato in un incidente stradale il 25 ottobre 2009, venne contattata dalla ditta Preatoni di Segrate, solo da quella e direttamente al cellulare. In queste condizioni l’incarico è pressoché certo, e mediamente, come ha calcolato la Regione, frutterà tremila euro. Poiché i costi vivi non superano i 500 euro, un funerale può assicurare un guadagno di almeno 2.500 euro.
Nel 2008 la Procura aprì un’inchiesta che a settembre portò in carcere l’intera famiglia Cerraro, padre e due figli, e gli amministratori della Varesina, mentre vennero indagati i vertici di un’altra ventina di società. Ai domiciliari finirono infine 41 infermiere di diverse realtà capaci di intascare mediamente dagli otto ai diecimila euro al mese.
Scoperchiata la pentola, dall’inchiesta madre nacquero una serie di altre indagini. Così a gennaio vennero arrestati due dirigenti comunali, Luigi Balladore e Carla Ferrari, che dietro mazzette oscillanti dai 2.500 ai 20mila euro, creavano corsie preferenziali per le sepolture dei clienti delle ditte del gruppo San Siro. I dipendenti vennero licenziati e poi condannati insieme a uno dei Cerrato a pene oscillanti tra i sei mesi e venti giorni e i tre anni.
Ma non è ancora finita: controlli e verifiche hanno permesso di allargare all’intera provincia la pratica disumana di saltare addosso ai parenti dei deceduti per assicurarsi l’esclusiva dei funerali. A questo punto altri nomi si sono aggiunti ai primi e a palazzo di giustizia hanno iniziato a sfilare da almeno un paio di mesi, impresari, infermieri e addetti agli obitori. I morti ogni anno sono tanti: 16mila in città, 33mila in provincia. La torta da spartirsi è enorme, i metodi per accaparrarsene una fetta non proprio da gentlemen inglesi.
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