Le «100 sedie» di Gamper alla Triennale

Martino Gamper è convinto che dietro la storia di ogni oggetto di design ci sia non solo l’intenzionalità progettuale di chi l’ha creato, ma sopratutto la storia materiale e di memoria che questo oggetto porta con sé, le case in cui un esso abita o è vissuto, la memoria fatta di ricordi di chi l’ha inventato, la personalità di chi lo possiede e il gusto estetico che creatore e acquirente hanno, perchè sulla stessa onda culturale. Da qui nasce la concezione di «rianimazione di un oggetto» che il design Martino Gamper di cui fino al 14 novembre è in corso una mostra alla Triennale di Milano di via Alemagna 6, dal titolo «Stanze e camere + Chairs in 100 Days» a cura di Silvana Annicchiarico in collaborazione con Nina Yashar e la Galleria Nilufar (catalogo Electa).
Per diretta ammissione dello stesso Gamper, dalle suggestioni generate dalla visione del film di Lars von Trier Dagville, dove un’intera città è stata costruita solo dalla pianta delle abitazioni che lo compongono. L’autore è partito dalla pianta; ha disegnato il pavimento, le stanze e ha provato a immaginare una casa costruita da elementi nuovi accostati a elementi già realizzati dallo stesso Gamper in progetti precedenti secondo una logica progettuale basata sul «ripensamento» e sul «riposizionamento» nell’intento di offrire ai vari oggetti riutilizzati una sorta di nuovo destino. La stanza più conviviale è risultata il soggiorno che Gamper ha rappresentato con un tappeto «realizzato a mano in Nepal e l’ha denominata «Hause Plant», un totale di 30 mq, quasi a suggerire un salto di scala di un normale appartamento. Una dimensione spaziale tipica dei salotti milanesi degli anni Settanta. La camera da letto si adagia su tappeti nomadi marocchini, un cassettone su progetto di Giò Ponti, tradotto da Martino Gamper, una lampada da lavoro ispirata a Carlo Mollino, una libreria LB7 di Franco Albini del 1956, parquet industriali e i ganci smaltati in pasta di vetro. Non mancano una libreria «Together», una sedia a rotelle e un mobile in pergamena. Il risultato vuole essere qualche cosa di immutato nel tempo.
Ma vediamo di capire il progetto denominato «100 sedie: il design come rianimazione», di cui abbiamo accennato sopra. Con lo spirito del rigattiere l’autore ha frugato tra i «rifiuti» ed è andato ben oltre la pratica del «ready made» di Duchamp, assemblando in modo inedito frammenti di un’infinità di sedie per costruire cento nuovi prototipi. Lo scopo era quello di riportare in vita un oggetto funzionale condannato allo scarto, vuoi perchè fuori produzione, vuoi perchè la moda è andata oltre.
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