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Alceo Dossena e Icilio Joni erano più veri del vero

Lo scultore e il pittore non eseguivano copie di opere del Rinascimento. Le reinventavano

Alceo Dossena e Icilio Joni erano più veri del vero

Chi era davvero Alceo Dossena? Un maestro del Rinascimento nato per errore nel Novecento? Un artista moderno che lavorava come gli antichi? O il più raffinato falsario della storia dell'arte? Con la mostra Il falso nell'arte. Alceo Dossena e la scultura italiana del Rinascimento - al MART di Rovereto (2021) - ho voluto riportare il tema del falso al centro del dibattito estetico. Perché un'opera artefatta, quando è fatta bene, può sembrare più autentica dell'originale: è vera nello spirito. Qui non parliamo di una semplice contraffazione. Parliamo di una forma espressiva che riflette desideri - mercato - fede. Un'opera apocrifa non è per forza un oggetto sbagliato: può essere un prodotto capace di incarnare un immaginario - quello di chi lo compra, lo espone, lo legittima. In questo senso, possiede una sua forma di verità - non documentaria, ma culturale.

Il cremonese Alceo Dossena (1878-1937) fu un artista del Novecento capace di ridare vita nel marmo all'ideale classico. Non copiava: creava opere che respirano come quelle antiche. Le sue sculture non sono solo impeccabili: sono credibili. E questa credibilità non nasceva soltanto dalla mano, ma anche da un elemento decisivo: la patina, una tecnica che Dossena aveva messo a punto per restituire ai marmi l'autorevolezza del tempo e la suggestione della memoria. Ed è proprio questa, forse, una qualità rara del nostro tempo: non tanto la verità, quanto la coerenza. Quella stilistica - così solida da valere come garanzia. Tra le sue creazioni oggi riconosciute spicca la Tomba di Maria Catharina Sabello (ca. 1920), oggi al Museum of Fine Arts di Boston. Non è la sua simulazione più vistosa, ma è forse la più eloquente: mostra come funziona il desiderio che alimenta il mercato dell'antico. Già in circolazione nel 1922 come capolavoro di Mino da Fiesole, fu acquistata dal Museum of Fine Arts di Boston nel 1923, per una cifra di 100.135 dollari: non un semplice errore, ma la prova che Dossena sapeva costruire un Rinascimento più conforme alle aspettative del collezionismo americano di quanto non lo fossero gli originali. Accanto a questa, la Vergine Annunciata (1920-1923), con l'Angelo annunciante - oggi alla University of Pittsburgh Art Gallery - rappresenta uno dei vertici della sua messinscena. Non è un'opera isolata: è un gruppo narrativo. Due figure che evocano non solo uno stile, ma un'atmosfera, un evento, una sacralità che gli acquirenti americani desideravano riconoscere come autenticamente trecentesca. Quando Helen Clay Frick acquistò il gruppo - giunto a New York nel marzo 1924 - come opera di Simone Martini, comprò soprattutto questo: la persuasione di un passato desiderato. Il prezzo fu di circa 150mila dollari. E la cosa interessante è che l'apparato conserva il suo impatto anche dopo lo smascheramento: non come inganno residuo, ma come dimostrazione che una rievocazione convincente può risultare più aderente al nostro immaginario della realtà stessa. A vendere le sue opere spacciandole per autentiche furono gli antiquari Fasoli e Pallesi: agirono da intermediari senza scrupoli, lucrando sulle sculture di Dossena vendute come capolavori antichi. Questo mercato fiorì sulla febbre d'antico che aveva contagiato collezionisti e musei americani. Ma non passò molto tempo prima che alcuni acquirenti si rendessero conto della manipolazione: iniziarono ad arrivare le prime richieste di restituzione. Da lì la storia diventa anche una storia di tribunali, pressioni, nervi scoperti. Due episodi segnarono l'inizio dello scandalo. Il primo fu il processo intentato da Fasoli contro Dossena: temendo che lo scultore - tenuto all'oscuro delle trame e sottopagato - potesse diventare un testimone scomodo, l'antiquario lo accusò di antifascismo, sostenendo che avesse pronunciato frasi offensive verso Mussolini mentre ne scolpiva il busto. Il secondo fu l'arrivo in Italia di Harold Woodbury Parsons - intermediario e consulente per musei americani, attivo anche per il Cleveland Museum of Art - che, indagando, riuscì a rintracciare Dossena e a farsi confermare che era lui l'autore delle opere credute antiche.

Dossena fu assolto per mancanza di prove, anche grazie all'intervento di Roberto Farinacci - gerarca fascista e avvocato. Passato il pericolo, Dossena denunciò Fasoli per truffa, appropriazione indebita e calunnia. Anche questo processo si concluse con un'assoluzione per insufficienza di prove. Nel frattempo, però, stampa e opinione pubblica si erano schierate con Dossena - considerato vittima delle manovre di due figure coinvolte nel traffico d'arte. Ne seguì un rinnovato interesse per la sua produzione: finalmente libero, poté firmare le opere, ricevere commissioni e costruirsi una nuova reputazione. Tra i suoi estimatori, l'avvocato Alessandro Ansaldi raccolse una collezione significativa - oggi confluita nel patrimonio pubblico e conservata al Museo Civico di Pescia (Pistoia). Le opere della collezione Ansaldi dimostrano come Dossena fu un artista di alto profilo - non necessariamente subordinato al falso. Un'opera come la Maddalena - vicina al modello donatelliano - mostra un segno che non si limita a citare il Quattrocento, ma lo esaspera, lo carica, lo piega al presente. Per Dossena il Rinascimento non è solo un repertorio da cui attingere: è un linguaggio assimilato con consapevolezza.

Accanto a lui va ricordato il senese Icilio Federico Joni (1866-1946) - cultore del passato, capace di una pittura che inganna il tempo. Ispirato ai maestri senesi e fiorentini - da Duccio di Buoninsegna a Pietro Lorenzetti, Sano di Pietro, Francesco di Giorgio Martini e Beato Angelico - Joni non si limitava a imitare: creava opere nuove, costruite con rigore filologico. Il Polittico di Agnano (anni Trenta) - realizzato per la famiglia Tobler - ritenuto autentico per anni, sostituì l'originale rimosso per restauro, finché - dopo la distruzione della chiesa nel bombardamento del 1944 - emersero le condizioni per riconoscere lo scambio. Tra le sue opere oggi ricondotte a Joni figurano una Madonna col Bambino e una Lapidazione di san Cosma e san Damiano - esempi di una pittura che evoca lo spirito trecentesco senza cadere nella copia.

Joni - come Dossena - si rivolse soprattutto al pubblico statunitense, attratto dall'arte antica italiana e desideroso di possedere frammenti di un passato idealizzato. Ma non era un copista: era un pittore che lavorava con i modi dei maestri antichi senza imitarli. Le sue tavole erano nuove narrazioni, costruite secondo una grammatica formale rigorosa. In questo senso, fu un autore del suo tempo: interpretava il passato come un linguaggio ancora vivo.

Infine, il fiorentino Umberto Giunti (1886-1970) - allievo di Joni - negli anni Venti dipinse la Madonna col Bambino (nota anche come Madonna del velo) - emersa intorno al 1930, acquistata da Lord Lee of Fareham e successivamente confluita nella Courtauld Gallery, dopo essere stata attribuita a Botticelli. Nella mia collezione ci sono opere di Dossena e Joni. La prima impressione che ebbi, quando le acquistai, fu questa: un'opera capace di commuovere - anche se non autentica - ha più valore di un originale che lascia indifferenti. Decisi che dovevano stare tra i maestri del Rinascimento, perché Dossena - come Joni - è un artista del Novecento che ha saputo parlare la lingua del passato.

La mostra lo conferma: la replica può essere una verità possibile. L'opera apocrifa, allora, non è solo una frode: è una risposta. Una forma di bellezza che rispecchia l'immaginario più profondamente della verità storica.

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