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Il fasciocomunista

"Altro che scrittore con il cappellino. Antonio Pennacchi era un aristocratico e ha rappresentato quel groviglio di passioni che è la storia d'Italia del Novecento"

Il fasciocomunista

Arriva nelle librerie il Meridiano dedicato all'opera di Antonio Pennacchi (1950 - 2021), uno dei pochi scrittori italiani per cui l'aggettivo irregolare non sia un mero attributo di marketing, atto ad ingraziare il pubblico. Transitato per furia politica del fare per molte delle sigle politiche italiane degli anni Sessanta - dalla destra del Msi sino alla sinistra extraparlamentare - operaio aristocratico cultore della fabbrica in senso olivettiano eppure feroce critico delle gerarchie padronali, scrittore aristocraticamente dedito a dare voce vera al popolo che spesso in letteratura viene idealizzato e ucciso, Pennacchi in questo Meridiano è rappresentato da alcuni dei suoi romanzi e racconti migliori. Abbiamo chiesto al curatore, Giuseppe Iannaccone, italianista e storico della letteratura, di raccontarci lo scrittore e l'opera.

Giuseppe Iannaccone, i Meridiani danno la mappa di un autore se quell'autore vale: perché un Meridiano dedicato a Pennacchi?

"Domanda elementare ma difficilissima. Perché è uno scrittore che rappresenta, talvolta in modo depistante, la complessità delle memorie dei ricordi e dell'identità italiana. Qualsiasi lettore volesse entrare nell'immaginario italiano del Novecento, nelle sue passioni contrastanti dovrebbe rivolgersi a lui. Ha saputo rappresentare, con una oralità apparentemente immediata, proprio il groviglio che è stato la storia del nostro Paese nel secolo scorso. Non solo quella relativa al fascismo che caratterizza Canale Mussolini, ma anche quella degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, con la crisi della fabbrica che si ritrova negli altri suoi romanzi. Da una specola locale, quella di Latina, una terra letterariamente vergine, ha toccato aspetti universali della natura umana".

Un autore del conflitto per certi versi, ma decisamente non ideologico...

"Pennacchi ha una indulgenza, un relativismo filosofico, una tolleranza che non ci aspetteremmo. Più di altri senza moralismo era disposto a dare credito alle passioni e alle posizioni degli altri. Una delle massime del Fasciocomunista è ognuno ha i suoi diritti. Pennacchi è un filosofo sotto la sua apparente, ribadisco apparente, semplicità linguistica, e la sua filosofia è la fiducia nell'uomo, il fatto che se esiste un'età dell'oro non è dietro di noi, e va costruita nel futuro. Quindi Pennacchi ha un'idea del mondo ma dà sempre spazio anche alle idee degli altri, pur nel contrasto. Pennacchi è la tolleranza verso le cazzate degli uomini a partire dalle sue".

Ecco prima diceva che Pennacchi è depistante. E in effetti a più riprese gli hanno attaccato delle etichette. Lo scrittore col cappellino, lo scrittore con appiccicato il dialetto, lo scrittore periferico, lo scrittore operaista... Tutte categorie che lo rendevano commerciabile e premiabile. Ma per certi versi non sono parziali o svalutanti?

"Assolutamente sì. Pennacchi è un autore sorprendente e non condensabile in etichette ideologiche. Lei qui ne ha citate alcune delle più gettonate ma ne sono state usate anche altre. Tutto questo a dispetto dell'apparenza. Il primo depistaggio è letterario, Pennacchi sembrava un estraneo alla letteratura, con scrittura spontanea. Tutto l'opposto, la sua ricerca letteraria era pazzesca e figlia di una cultura ampia e onnivora. Anche l'autore operaio che perpetua la tradizione della letteratura di fabbrica... Ma non ha niente a vedere con Volponi o con Ottieri o Balestrini. Lui fa l'esaltazione ottimistica dell'operaio, basta leggere Mammut, altro che operaio alienato. Il fasciocomunista come romanzo di formazione? È un romanzo di deformazione semmai, il protagonista non cambia mai... In Canale Mussolini uno potrebbe immaginarsi la celebrazione di Mussolini o del fascismo. E invece è un'epopea di popolo, un Quarto stato. Pennacchi è estraneo a liquidazioni e formulette. Chi vuol fermarsi al cappellino faccia. È un autore che vede il racconto come lavoro e sofferenza".

Altro che spontaneismo...

"È un autore che concepisce la letteratura come scrivere e riscrivere. La sua affabulazione è figlia di continue varianti, è un letterato che si è consacrato ad un compito. Non c'è nessuna facilità immediata. La sua capacità letteraria esce nel creare un romanzo popolare. Lo intendo nel senso dell'espressività, lui si sentiva partecipe della tradizione letteraria italiana ma estraneo ai codici artefatti, ad un certo tipo di racconto rivolto al proprio ombelico. Lui parte dall'esperienza della sua gente ma per renderla comprensibile a tutti. In Canale Mussolini anche i gerarchi parlano come persone del contado, anche Mussolini, anche Rossoni. Lo fa per levare un diaframma, per parificare. Pennacchi lo fa per dire che tutti fanno la storia e la fanno allo stesso modo. E Pennacchi non usa un dialetto laziale, crea un dialetto ibrido che è ricerca per eliminare sovrastrutture e lasciare spazio all'esistenza materiale delle persone, senza diaframmi. Una ricetta linguistica che va studiata".

Pennacchi racconta degli esseri umani che sono quel che sono per le occasioni: "C'è un sacco di gente che se fosse nata in un altro posto sarebbe stata tutta un'altra cosa". Oppure: "Tu ti fai gli amici e i nemici da ragazzino e poi agisci di conseguenza. Se il tuo nemico da grande diventa comunista, tu ti fai fascista e viceversa". Un senso del fato?

"In questo c'è un elemento di determinismo ma legato alla visione indulgente dei moventi degli uomini. Per Pennacchi la storia di ognuno merita rispetto. Per lui il contesto conta. Lui dice di essere stato fascista essendo nato a Latina e non a Marzabotto. Di essere cresciuto nel mito della bonifica. Se avesse avuto un padre partigiano era conscio che le prospettive sarebbero state diverse. Capisce che gli uomini sono agenti e agiti. Lui racconta le persone come conseguenza di un patrimonio. Il che non lo porta ad equiparare le esperienze ma ad un sentimento pacificato... Il che è un altro paradosso.

Il suo linguaggio è forte, crudo ma è sempre empatico. Come se lui immerso nella storia abbia acquistato un punto di osservazione esterno. Questo è il miracolo della sua scrittura e letteratura. Non è mai retorico o rivendicante, rivendica solo la buona fede del narrare".

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