È andato in onda a Palazzo Madama un reality show

Turi Vasile

Tempo è ormai di reality show. Si aprono davanti agli occhi del pubblico buchi di serratura non più grandi di uno schermo televisivo, perché ciascuno possa dare sfogo al proprio voyerismo in agguato. Volontariamente gruppi di esibizionisti si offrono alla curiosità altrui, in Africa, in luoghi esotici, in fattorie e a Cinecittà. Più di recente, nelle severe aule del Parlamento e del Senato, i rappresentanti del popolo, volenti o nolenti, mostrano la loro umana natura.
Lo spettacolo offertoci al Senato, in particolare, non può dirsi edificante e, prescindendo dalle alchimie politiche a cui il grande pubblico è estraneo, ha dato modo di provocare giudizi di stile. Frequente è l’accusa dell’Unione che quelli del Polo non sappiamo perdere. Certo, non può negarsi che affiori, e talvolta esploda, il rammarico, e anche la rabbia, di aver perso la partita per un soffio e per striminziti calcoli aritmetici, che tra l’altro al Senato non sono neppure sfavorevoli al Polo; non sfugge certo all’osservatore comune l’accanimento con cui si chiedono ulteriori verifiche e diverse applicazioni delle regole del gioco. Ma, ammesso e non concesso che il Polo non sappia perdere, l’Unione non sa vincere. Domina la voglia scalpitante di gridare ai quattro venti la vittoria, anche quando sia prematura e incerta. L’impazienza di Romano Prodi di scendere nella piazza gremita dei suoi apostoli, costretta a rinviare più volte la proclamazione del trionfo, è certamente un’indimenticabile caduta di stile. Tradisce l’infantilismo di chi ha fretta di cingere la fronte della corona ricevuta per grazia; caduta di stile è il comportamento di chi elargisce anzitempo cariche e onori alla sua corte, in realtà pronto a prostrarsi a destra e a manca pur di non perdere l’illusione del potere. La scomposta gazzarra si è ripetuta al Senato e alla Camera quando è parso che il candidato Franco Marini avesse raggiunto il quorum. Per fortuna hanno compensato la cattiva impressione il comportamento di lui che invitava alla moderazione e quello di Giulio Andreotti, la cui costante imperturbabilità rasentava il sublime.
Oscar Luigi Scalfaro ha poi voluto offrirci una supplemento dell’impressione non certo favorevole che ci ha lasciato con il suo settennato; sembrava confuso, per niente in grado di dominare la situazione. Ci sia inoltre consentito un rilievo che potrebbe sembrare insignificante, ma che a noi pare irriguardoso in chi crede di potersi vantare di impeccabilità. Nell’ingiungere, pur giustamente, a Pannella di abbandonare la tribuna, lo ha definito sarcasticamente «quel signore», come se non si trattasse di un personaggio, rompiscatole titolato ma che fa parte da anni della vita politica del nostro Paese con crociate discutibili e spesso sfrenate, tuttavia rispettabili per la spinta ideale che le muove.
Tempo dunque di reality show in cui abbiamo visto vegliardi con le tre gambe della sfinge fare ingresso dalla comune in aula; giovanotti gagliardi impegnarsi a spulciare i voti scheda per scheda e persino un senatore, cedendo alla stanchezza, stravaccarsi sugli scranni a dormire. I finali dei due show sono stati però a lieto fine. Alla Camera l’opposizione ha dimostrato di saper perdere e ha applaudito, insieme con la maggioranza, Fausto Bertinotti, che ha però puntualizzato che dedicava la sua elezione alle operaie e agli operai, lui, il raffinato intellettuale borghese, manco fosse il compianto Di Vittorio, in quel ruolo molto più convincente. Più generoso e moderato, Marini si è rivolto alle italiane e agli italiani senza distinzioni di classe. Il reality show continuerà ancora per qualche giorno e speriamo che non ci faccia perdere la considerazione che si deve nutrire per gli eletti del popolo. Dopo di che lo spettacolo avrà fine, almeno in queste dosi massicce; comincerà, con alterne vicende, sofferte e spesso oscure, il compito di governare un popolo che nutre da secoli il gusto italico dei fescennini e delle satirae, cioè dello spettacolo, talvolta farsesco.

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