Gli arazzi di Herta vibrano come quadri astratti

Nelle opere della contessa Ottolenghi Wedekind i rimandi a un Oriente atemporale. E a Paul Klee

Andai molti anni fa, nel 1985, ad Acqui Terme per una poderosa asta di Villa Ottolenghi sostenuta da alcune sculture monumentali di Arturo Martini e di altri artisti, da Adolfo Wildt a Libero Andreotti, da Venanzo Crocetti a Fortunato Depero a Pietro Porcinai, che, a pensarci ora, sarebbe stato meglio lasciare in quel luogo sacro all'arte dove ancora vi sono ambienti con pareti a mosaico. In quel luogo sommamente poetico, più del grande scultore che sembrava difenderlo, mi colpirono proprio i dipinti e i mosaici di Ferruccio Ferrazzi (1891-1978), un grande talento fino ad allora dimenticato, nonostante la notevole monografia di Carlo Ludovico Ragghianti e Jacopo Recupero pubblicata dieci anni prima, nel 1974. Spiccava in Ferrazzi, maestro di tutte le tecniche come in quegli anni fu soltanto Duilio Cambellotti, il dinamismo del disegno ed una profonda, visionaria definizione dello spazio. La concezione nuova, d'avanguardia, pur nelle tecniche tradizionali, definiva un ambiente singolarmente concepito come l'interno di un prisma con dipinti dai contorni irregolari. Il pittore sviluppava le sue ricerche sullo spazio prospettico con la invenzione di una realtà che si scomponeva e si ricomponeva in una molteplicità e simultaneità di inquadrature, punti di vista, fughe prospettiche, con una concezione alternativa a quella dei futuristi, e dunque alla luce del prisma e della forza moltiplicante della visione nasce l'idea della Villa Ottolenghi a Borgo Monterosso.

Il suo creatore, il conte Arturo Ottolenghi, con la moglie Herta lo aveva voluto nel 1923, l'anno in cui scrive all'architetto Federico D'Amato: «Monterosso, caro Fede, si è ingrandito notevolmente: tutta la cima della collina con la casa che la domina è ora di mia proprietà. Vogliamo finalmente cominciare i lavori di abbellimento con un piano organico architettonico che abbracci tutta la tenuta e le quattro case. Vorrei dare uno stile omogeneo alle case coloniche esistenti e tracciare tutta la collina riducendola a vigna-giardino e bosco in un insieme architettonico. Sulla cima vorrei costruire in un secondo tempo, fra qualche anno, una specie di villa a forti linee dominanti, visibile da lontano in armonia con il grandioso paesaggio». L'idea è di creare un'opera d'arte totale attraverso l'impegno di pittori, architetti, scultori, artigiani sul modello rinascimentale.

È Herta Wedekind, la cui formazione non è soltanto legata al padre Paul, di famiglia tedesca radicata in Sicilia tra industria petrolifera e banche, ma anche allieva del grande scultore e ceramista Hans Stoltenberg-Lerche, a stimolare il marito Arturo Ottolenghi, di ricca famiglia ebraica piemontese, alla grande impresa. Ed è proprio a Monterosso che si realizza la perfetta coincidenza estetica di Ferruccio Ferrazzi ed Herta Ottolenghi. Nella concezione degli Ottolenghi, a fianco della villa era stato pensato un tempio dell'arte decorato da Ferrazzi in cui celebrare il mito della vita umana. Di questa intesa è testimonianza nelle lettere che Herta scrive a Ferrazzi, del quale condivide la concezione estetica e spirituale. Oggi possiamo capirlo ritrovando il mondo scomparso nei dimenticati arazzi di Herta per decenni custoditi in bauli d'epoca siglati Ottolenghi.

Per parte sua Herta, prima dell'incontro con Ferrazzi, si era mossa nel mondo della produzione artistica come scultrice e poi nell'arte applicata, brevettando nel 1922 un sistema per creare disegni astratti nei tessuti, con l'effetto ricercato della duplicazione simmetrica di casuali tracciati a inchiostro. Un procedimento assimilabile al contemporaneo «test di Rorschach» della psicodiagnostica. Quei manufatti tessuti e ricamati a mano saranno arazzi, tappeti, cuscini, paraventi, stoffe d'arredo, presenti nelle maggiori esposizioni, a cominciare dall'Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes di Parigi (1925).

La fantasia di Herta è carica di sensibilità esotica, ricreando un Oriente immaginato, senza storia, fuori dal tempo con una sensibilità che trasferisce il naturalismo in astrazione, con singolari affinità con Klee, dove il fortuito sembra governato da un ordine segreto dentro la forma. La simmetria del disegno non porta a geometrie, ma ad arabeschi, con «disegni ricchi d'aria e di luce che respirano sul colore del fondo come corpi vivi», come scrive Francesco Sapori. Un linguaggio frantumato e ricomposto che ha la configurazione delle immagini di un caleidoscopio, con variazioni progressive, tali da animare le pareti del Mart, dopo la felice riesumazione di Gianluca Berardi e Giulia Gomiero delle testimonianze di vita e di arte di Herta, anche attraverso l'archivio della famiglia Ottolenghi.

E mentre Herta ritorna in vita nei luminosi arazzi, Villa Ottolenghi ad Acqui Terme si riapre per ricordare, anche negli spazi desolati, gli anni felici dei dialoghi dei due mecenati illuminati con Ferruccio Ferrazzi, Arturo Martini, Libero Andreotti e Fortunato Depero. Oggi a Rovereto Herta, riflessiva, torna a parlare con Fortunato, euforico.

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