Argentina-Brasile, Maradona-Dunga Sorry, la finale perfetta non è azzurra

Due Paesi da sempre rivali e due modi di giocare agli antipodi Soprattutto: due ct entrambi vincitori del mondiale da capitani

Argentina-Brasile, Maradona-Dunga Sorry, la finale perfetta non è azzurra

Se il pallone avesse un cuore e la storia volesse un’idea, questo mondiale ha già disegnato la sua finale perfetta. No, non stiamo parlando di gioco e gol: quelli rappresentano l’inganno perfetto. Meglio puntare a tutto quanto finisce nell’album dei ricordi come fosse la testata di Zidane, i gol di Maradona o l’Italia-Germania 4-3. Ce lo ha detto Ronaldo, nel senso di Luis Nazario de Lima, altrimenti detto «Fenomeno». Oggi siede in poltrona o, ha fatto sapere, va ad allenarsi. E fa il profeta, come segnasse gol. «Brasile-Argentina sarebbe la finale da sogno», ha raccontato per onorare il suo sponsor che, guarda caso, lo è pure delle due nazionali. Ma, doveri di spot a parte, ci ha preso.

Brasile-Argentina sarebbe la finale perfetta di un mondiale nato nel segno della «prima volta». Prima volta che si gioca in Africa. E chiusura con la prima finale fra le squadre più gloriose del Sudamerica. Al massimo si sono incrociate in semifinale. Ammetterete che una storia mondiale senza una finale Brasile-Argentina regala un senso di incompiutezza.

Se tanto non bastasse, ecco altre buone ragioni: la vicenda parallela di Dunga e Maradona, unici due giocatori del Sudamerica ad aver vinto un mondiale da capitani ed ora ad avere la possibilità di rivincerlo da commissari tecnici. Finora (si parla di capitani) c’è riuscito solo Franz Beckenbauer (con la fascia nella Germania mondiale 1974 eppoi ct vincente a Italia ’90). Maradona era capitano nella gloriosa campagna di Mexico ’86 quando i suoi gol erano guidati dalla mano de Dios. Dunga lo è stato nel mondiale americano 1994, quando la sua nazionale sconfisse l’Italia di Arrigo Sacchi.

Entrambi sono stati calciatori emblema: l’uno del calcio più bello del mondo, l’altro del calcio più duro del mondo. Diego tutto pallone e fantasia, Carlos Verri (alias Dunga) tutto determinazione e calcio scarno. Rappresentano i due poli del piacere pallonaro: quello che bada anche allo spettacolo e quello che bada solo al risultato. Non c’è calcio più lontano a distanza di panchina. Per sentirsi distanti anni luce, Brasile e Argentina devono specchiarsi nei loro allenatori. Lo sappiamo bene noi che, in Italia, ce li siamo goduti per diversi anni.
E, forse, non a caso Maradona ha fatto di Pelè il suo tiro a segno preferito. Per rimarcare la grande differenza fra due mondi e due storie calcistiche. O meglio per prepararci al gran finale. Anche l’altra sera se l’è presa con la compagnia dei piedi nobili, da O’Rey a Platini («Svegliatevi! Anziché sparlare di me, guardate quanti guai combinano il pallone e gli arbitri che non difendono Messi»). Stavolta Pelè ha risposto per le rime: «Diego mi ama, anzi mi adora. Quando ha bisogno di attirare l’attenzione mi cerca sempre. In fondo, così mi rende omaggio». E gli ha rifilato la stoccata a marcar la differenza: «Avete visto il secondo gol di Luis Fabiano alla Costa D’Avorio? Ecco, lui ha fatto il sombrero agli avversari come facevo io, e si è aiutato con la mano come fece Maradona».

Meraviglioso! Cosa chieder di più da una finale perfetta, se non un verdetto imperfetto su Pelè e Diego? E mettiamoci pure che ci riporterebbe all’eterna sfida fra Real Madrid (leggi Kakà) e Barcellona (eccovi Messi), fra il calcio-spettacolo atletico (Kakà) e quello da giocoliere a tutto sprint (Messi). E, ultima ma non ultima, la rilettura finale della sfida Champions fra Inter e Bayern Monaco. Per qualcuno sarebbe, comunque, l’incoronazione di un anno perfetto. Da una parte i brasiliani di Mourinho, dall’altra il corazziere (Demichelis) di Van Gaal. Con la differenza che stavolta Milito sarebbe dalla parte sbagliata. O giusta. Dipende dai punti di vista.

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