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La Germania riflette sull'Europa: un cumulo di macerie

Il Giappone poetico e spirituale, inquietante la Gran Bretagna. Il consiglio? La Spagna

La Germania riflette sull'Europa: un cumulo di macerie

da Venezia

Niente affatto «in chiave minore», come vorrebbe il titolo della Biennale veneziana 2026, i padiglioni nazionali mettono in scena temi forti, urgenti, spesso scomodi, distribuendosi tra Giardini e Arsenale ma anche in tutta la laguna, quasi una costellazione diffusa che riflette la complessità del presente. L'ampliamento a novantanove partecipazioni, con l'ingresso di nuove nazioni come Guinea, Guinea Equatoriale, Nauru, Qatar, Sierra Leone, Somalia, Vietnam ed El Salvador, non appare dunque un dato quantitativo, ma il segno di una geografia culturale sempre più frammentata e plurale. In questo scenario, forse per la prima volta a nostra memoria, la rappresentazione nazionale cambia funzione: non più vetrina identitaria anti-global, ma dispositivo critico transnazionale. Più che rappresentare i singoli Paesi, questi padiglioni paiono quasi voler identificare una condizione comune, ovvero le mille fratture che attraversano il nostro tempo. Il risultato è un insieme eterogeneo di pratiche in cui la forma installativa prevale sulla narrazione lineare e la dimensione esperienziale sostituisce quella dichiarata, mentre emerge con forza un ritorno all'artigianalità, al gesto, alla materia, quasi in opposizione alla saturazione digitale e a un uso spesso superficiale dell'intelligenza artificiale (molto poco presenti, incredibilmente, anche i video).

Tra i padiglioni che più ci hanno convinto, quello della Spagna colpisce per la sua capacità di tenere insieme intensità concettuale ed efficacia estetica. L'installazione ambientale di Oriol Vilanova, costruita a partire dall'immaginario del mercato delle pulci, trasforma resti e oggetti marginali (migliaia di care vecchie cartoline) in un dispositivo poetico e carico di memoria, dove il frammento diventa possibilità e la rovina promessa di ricostruzione; quello spagnolo è un padiglione emozionante proprio perché lavora su ciò che è residuale senza mai risultare nostalgico, ma anzi aprendo a nuove forme di senso. Subito dopo, al secondo posto in quanto a potenza dello sguardo, il padiglione della Germania impone una riflessione radicale sulla memoria europea: con Ruin, gli artisti Henrike Naumann e Sung Tieu costruiscono uno spazio instabile partendo dall'architettura di un ex edificio della Ddr che diviene un archivio in continua trasformazione dove le tracce della Germania post-riunificazione (dalle architetture socialiste ai traumi della violenza xenofoba) emergono come elementi ancora attivi. Nel padiglione tedesco la rovina non è un'immagine, ma una condizione permanente, e diventa il paradigma di una Germania, pardon di un'Europa, che non ha ancora risolto le proprie tensioni. Di segno uguale e contrario (ma altrettanto incisivo) è il padiglione del Marocco, dove la tradizione tessile viene riattivata come pratica viva e collettiva: qui l'artigianato non è recupero nostalgico ma gesto contemporaneo, processo condiviso che restituisce centralità al fare manuale e al tempo lungo della produzione. È una posizione che dialoga, per contrasto, con quella del padiglione della Gran Bretagna, dove Lubaina Himid (nativa di Zanzibar e vincitrice del Turner Price 2017) costruisce un ambiente complesso e stratificato sul tema dell'appartenenza: i suoi grandi dipinti abitati da figure laboriose mettono in scena il desiderio, sempre incompiuto, di sentirsi a casa, mentre suoni e dettagli perturbanti incrinano l'apparente stabilità dello spazio, trasformando l'architettura stessa in un luogo di tensione.

La Francia propone invece un percorso più teorico e stratificato, in cui la franco-marocchina Yto Barrada intreccia cosmologia, storia e pratiche tessili attorno alla figura di Saturno: il gesto del dévoré, che distrugge per far emergere la forma, diventa metafora di un tempo che consuma e rigenera, costruendo uno spazio in cui la memoria è sempre un processo attivo e mai dato. Fortemente ancorato al tema ecologico è l'esperienza del padiglione della Norvegia, dove scultura, suono e installazione danno vita a un ambiente in continua inquietante mutazione: le figure si deformano, si fondono con l'architettura e la natura, si disgregano e si ricompongono, suggerendo un'idea di identità instabile, in cui il cambiamento è l'unica costante. Meritevole di segnalazione è anche stavolta il padiglione del Giappone che introduce una dimensione più intima e spirituale senza però rinunciare alla complessità: con il progetto Bambini dell'erba, bambini della luna, Ei Arakawa-Nash costruisce un'opera che intreccia cura, genitorialità e memoria, popolando lo spazio di duecento pesantissime bambole-neonato che diventano simbolo del futuro e della responsabilità collettiva; anche qui il gesto artistico si radica in una pratica materiale e relazionale, lontana dalle logiche spettacolari del digitale. In questa Biennale diffusa e profondamente disomogenea, dunque, non c'è nulla di minore: al contrario, ogni padiglione affronta questioni cruciali, dalla memoria alla migrazione, dal corpo alla spiritualità, attraverso linguaggi che privilegiano la materia, il tempo e l'esperienza.

Ne emerge un'immagine del presente discontinua ma estremamente viva, in cui le identità si sfaldano e si ricompongono, e in cui l'arte torna a essere uno spazio di negoziazione e di possibilità, più che di rappresentazione. Dopo tanto marasma polemico impregnato di geopolitica, dagli artisti ancora qualche buona notizia.

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