Leggi il settimanale

Vietnam, un "flusso globale" fra tradizione e modernità

Il Paese asiatico debutta alla Biennale: al centro lacche e baco da seta, simbolo della trasformazione

 Vietnam, un "flusso globale" fra tradizione e modernità

Nel '900 alcune immagini della guerra hanno finito per pesare quanto i fatti. Guernica di Picasso è una di queste. Non racconta soltanto il bombardamento di una città: trattiene in un'unica scena il panico, il buio, il grido degli animali e degli uomini, la luce tagliente di una lampada che non consola. Da quel momento la guerra non appartiene più solo agli archivi. Entra in una forma. E resta lì. Anche il Vietnam, per l'Occidente, è stato a lungo visto attraverso immagini di guerra: bombardamenti, foreste e villaggi incendiati, foto entrate nella coscienza comune. La sua storia è stata compressa in quel repertorio, come se il Paese non avesse avuto altro da dire se non la propria devastazione. Ma il Vietnam non è questo soltanto. Lo capii nei primi anni Duemila, quando lo attraversai con Sabrina, la mia compagna. Di quel viaggio oltre la memoria dei luoghi mi è rimasta una percezione più difficile da spiegare: una bellezza diversa da quella che immaginavo. Non era pacificata. Non era neppure quella, un po' comoda, dell'esotismo. Era una bellezza meno evidente, come se chiedesse di essere guardata dall'interno. Ricordo il legno scurito, le pietre umide, certi interni dove la luce sembrava arrivare sempre da lontano. Nei centri antichi, nei luoghi in cui le civiltà si erano sovrapposte senza cancellarsi del tutto, nei siti dove la ricerca procedeva con discrezione e pazienza, mi colpì il modo in cui il passato tornava visibile. Non come rovina. Non come fondale turistico. Ma attraverso lo studio, il restauro, la continuità di gesti minuti. Mi sembrò allora che il Vietnam non opponesse alla guerra una rimozione, ma un'altra profondità. La bellezza non veniva dopo la tragedia, come una consolazione. Le passava dentro. Le forme antiche, i templi, le pietre, i legni, i resti non stavano lì come testimonianze mute. Continuavano a parlare.

È con questo ricordo che guardo oggi al debutto ufficiale del Vietnam alla Biennale d'arte di Venezia con il progetto

Art in the Global Flow. Il padiglione è ospitato a Ca' Faccanon, in Calle delle Acque, a San Marco. Commissario è Ma The Anh, curatrice Do Tuong Linh. Nella Biennale presieduta dall'amico Pietrangelo Buttafuoco, il debutto vietnamita assume per me un valore particolare. Non solo istituzionale: quasi il ritorno inatteso di un'esperienza rimasta sospesa. Il padiglione non cerca l'effetto spettacolare. Non entra con un gesto di forza. Lo fa attraverso la lacca, un materiale che porta con sé una storia lunga, una tecnica complessa, un rapporto fisico con il tempo.

La lacca vietnamita non è un rivestimento prezioso. Non è soltanto superficie. Alle spalle ha una tradizione secolare, sviluppatasi fra il XV e il XVI secolo e poi riaperta, nel '900, come linguaggio pittorico moderno. Nei secoli ha assorbito materiali diversi: pigmenti, oro, argento, madreperla, guscio d'uovo, bambù, velature e levigature successive. È un procedimento che richiede attesa. Si lavora per passaggi. Si copre, si leviga, si fa riaffiorare. Quello che appare è sempre il risultato di qualcosa che è stato prima nascosto. È qui che la lacca smette di essere tecnica e diventa pensiero. Per questo il suo uso nel Padiglione vietnamita non appare come una scelta decorativa. Diventa un modo di pensare il rapporto fra ciò che è stato e ciò che continua ad agire nel presente.

Il titolo Art in the Global Flow potrebbe far pensare a una formula internazionale, a quella lingua comune dell'arte contemporanea che spesso rende simili mostre lontanissime tra loro. Ma qui il «flusso globale» significa altro. Non perdita di identità. Non adeguamento. Piuttosto il tentativo di portare nel presente qualcosa che non nasce oggi, e che proprio per questo può ancora spostare lo sguardo. La tradizione non viene trattata come un'eredità immobile. Non è messa sotto vetro. Entra nello spazio dell'installazione, cambia scala, incontra materiali vivi, si confronta con il linguaggio contemporaneo senza diventare folklore. In questo contesto si colloca il lavoro di Le Huu Hieu, tra gli artisti più significativi del Padiglione, dove presenta il corpus di opere Baco da seta. Nato nel 1985 a Ha Tinh e formatosi tra Hanoi e la tradizione artigianale del Nord del

Paese, Hieu lavora con materiali che hanno una memoria incorporata - il legno, la lacca, le fibre naturali - portandoli in una dimensione installativa che non cerca l'effetto, ma la presenza. Le sue opere non si offrono subito: chiedono tempo, come i materiali che le compongono.

Il suo intervento attraversa rilievi in lacca, sculture lignee, forme architettoniche tradizionali e materiali vivi. Non si presenta come una sequenza di opere separate, ma come un ambiente costruito per relazioni. Le parti si rispondono, a volte si contraddicono, ma restano insieme. Pensando a questo artista viene in mente, più per contrasto che per discendenza, l'inquietudine dei futuristi italiani: quella necessità di scomporre la forma ricevuta, di non accettarla come definitiva, di immaginare un mondo ricostruito dall'arte. Ma qui tutto accade in un'altra temperatura. Non c'è il culto della velocità, non c'è la macchina, non c'è l'idea di bruciare il passato per fondare il nuovo. C'è, al contrario, un lavoro più lento: la tradizione viene aperta, smontata senza essere distrutta, rimessa insieme in un organismo che conserva tracce della sua origine.

Il nucleo del progetto è Tam, il baco da seta. L'intervento comprende figure guardiane, una Casa centrale e una grande pittura in lacca ispirata alla leggenda delle Cento Uova, realizzata anche con il guscio d'uovo. Vi compaiono legno di giaca, tecniche tradizionali e bachi da seta vivi, lasciati filare direttamente nell'opera. Il baco da seta introduce un tempo reale, non soltanto simbolico. Non rappresenta la trasformazione: la compie. Lavora, fila, costruisce il bozzolo. Porta nell'installazione una vita minima, quasi invisibile, ma decisiva. L'opera cambia perché qualcosa vi accade dentro.

Il Padiglione vietnamita mi sembra importante non perché

risolva il rapporto fra tradizione e contemporaneità, ma perché lo lascia aperto. La lacca, il baco da seta, la casa, le figure guardiane non spiegano il Vietnam. Lo fanno intravedere. E forse, in una mostra, è già molto.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica