Ma quest’opera è di Leonardo? È la domanda che in molti si pongono quando si trovano davanti alla Madonna col Bambino conservata presso il Museo Poldi Pezzoli di Milano. Chi entra in quella sala, prima ancora di leggere la didascalia, lo pensa quasi d’istinto. Le atmosfere morbide, la delicatezza dei volti, la compostezza delle pose, il sapiente uso dello sfumato e della luce creano un’immagine così armoniosa da evocare direttamente lo stile inconfondibile di Leonardo da Vinci. Non sorprende, infatti, che quest’opera sia stata per lungo tempo attribuita al maestro stesso e che per decenni la si sia guardata come “un Leonardo”. Solo in seguito la critica ne ha riconosciuto la vera paternità a Giovanni Antonio Boltraffio. Questo dimostra quanto l’allievo abbia saputo comprendere a fondo la lezione del maestro toscano, restituendone lo spirito con una voce distinta ma perfettamente coerente. In altre parole, la Madonna col Bambino, realizzata tra il 1493 e il 1499, è una delle opere più significative della bottega leonardesca.
Maria è rappresentata mentre sostiene dolcemente il Bambino sulle ginocchia, in un momento di intensa intimità. Le figure emergono da uno sfondo scuro che concentra lo sguardo dello spettatore sui volti, trattati con una morbidezza di modellato che ricorda direttamente le figure leonardesche. La luce scivola sulle superfici in modo quasi liquido, fondendo i volumi e trasmettendo un senso di calma profonda. Calma, sì.
Ma non fredda. L’espressione della Vergine è raccolta, pensosa, e il Bambino, pur nella sua nudità infantile, assume una posa composta, quasi adulta, riflessiva, in linea con la spiritualità trattenuta tipica dell’ambiente lombardo. È una scena domestica che, senza alzare la voce, si carica di teologia. Giovanni Antonio Boltraffio, nato a Milano intorno al 1467, fu uno degli allievi più vicini a Leonardo durante il suo soggiorno alla corte di Ludovico il Moro. Non era un allievo qualsiasi. Si distingue dagli altri per la sua formazione intellettuale e per un linguaggio pittorico fortemente influenzato dallo stile del maestro, ma più idealizzato. Il suo modo di rielaborare la lezione leonardesca si manifesta non solo nella composizione, ma anche nella psicologia dei personaggi, nella ricerca di purezza formale e nella raffinatezza del disegno. Oltre alla Madonna col Bambino e San Giovanni della National Gallery di Londra, databile tra il 1495 e il 1500 circa, il suo catalogo include opere come il Ritratto di giovane con ramo di garofano, realizzato negli anni 1490–1495 e oggi in collezione privata, e la Pala Casio, completata tra il 1500 e il 1502 per la chiesa di San Francesco a Bologna, oggi conservata presso la Pinacoteca di Brera. Tutti questi dipinti dimostrano la sua capacità di coniugare l’influenza leonardesca con una poetica personale, più composta e più classica. Si sente che viene dalla bottega di Leonardo, ma non “fa l’epigono” del maestro.
Nel corso del tempo, la Madonna col Bambino del Museo Poldi Pezzoli ha vissuto una storia attributiva complessa, che riflette la straordinaria qualità pittorica dell’opera e la sua vicinanza al linguaggio di Leonardo. In passato, illustri critici come Giovanni Morelli e, prima di lui, Crowe e Cavalcaselle attribuirono la tavola direttamente a Leonardo da Vinci, o comunque alla sua mano, riconoscendovi un’alta finezza formale e una sensibilità tipicamente vinciana.
Fu solo con l’avanzare del Novecento che la critica cominciò a leggere con maggiore attenzione i caratteri stilistici dell’opera, giungendo a una più precisa collocazione all’interno della cerchia del maestro. Tra i primi a proporne l’attribuzione a Giovanni Antonio Boltraffio fu Bernard Berenson, che ne evidenziò la coerenza con altre opere certe dell’artista. Questa attribuzione è stata poi pienamente accolta dalla critica contemporanea, in particolare da studiosi come Maria Teresa Fiorio e Pietro C. Marani, e oggi è confermata nei cataloghi ufficiali del Museo Poldi Pezzoli. Questo percorso critico conferma quanto Boltraffio, tra tutti gli allievi di Leonardo, fosse quello che più si avvicinò alla sua sensibilità, tanto da rendere sottilissima, per decenni, la linea che separa allievo e maestro. A volte, davanti a questa tavola, la linea sembra quasi scomparire. La bottega di Leonardo fu un crocevia fertile per la nascita di un’intera scuola, quella che oggi viene definita come “leonardismo lombardo”. A questa corrente appartennero numerosi pittori che, pur con differenze di stile e qualità, si formarono all’ombra del maestro o ne assorbirono la lezione in modo profondo. Oltre a Boltraffio, ne fecero parte Marco d’Oggiono, Bernardino Luini, Francesco Melzi, Cesare da Sesto, Giampietrino, Ambrogio de Predis, Andrea Solario, Salaino e Francesco Napoletano. Le loro opere condividono alcune caratteristiche fondamentali: l’uso del chiaroscuro atmosferico, l’interesse per la resa psicologica dei volti, la dolcezza delle figure, l’equilibrio compositivo e un profondo naturalismo filtrato attraverso l’idealizzazione. In sostanza, prendono la lingua di Leonardo e la declinano con accenti diversi. Il leonardismo lombardo non fu solo una corrente stilistica, ma un vero e proprio fenomeno culturale che contribuì a definire il volto dell’arte del primo Cinquecento nella regione. Questi artisti non si limitarono a imitare Leonardo, ma ne rielaborarono i modelli secondo le proprie inclinazioni, generando una pluralità di linguaggi tutti riconducibili, per affinità spirituale e formale, al genio del maestro. In questo contesto, Boltraffio rappresenta una figura chiave, un esempio di come si possa essere discepoli senza essere epigoni, e di come la qualità possa talvolta eguagliare, o addirittura confondere, quella del maestro stesso. Non è un caso che la critica per lungo tempo abbia creduto che la Madonna col Bambino del Poldi Pezzoli fosse opera di Leonardo: tanto forte è la continuità stilistica, tanto profonda la comprensione della sua poetica. Il Museo Poldi Pezzoli di Milano, che oggi custodisce quest’opera, si conferma come una delle istituzioni più attente alla valorizzazione dell’arte lombarda rinascimentale. Nato dalla passione e dalla visione illuminata di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, collezionista milanese dell’Ottocento, il museo è il risultato di un ideale altissimo: fare dell’arte una ricchezza condivisa, non un possesso esclusivo. Lo stesso spirito anima il Museo Stibbert di Firenze, fondato da Frederick Stibbert, altro grande collezionista che dedicò la propria vita a raccogliere opere, armi, costumi e oggetti d’arte per metterli a disposizione del pubblico. Io sento questi uomini come cari amici spirituali, perché tutta la mia vita si è svolta nello stesso orizzonte di senso: non nella logica del possesso, ma in quella della ricerca, della ricollocazione e della condivisione della bellezza.
In fondo, faccio il loro stesso mestiere: inseguo le opere, le ascolto, provo a rimetterle al loro posto e a restituirle agli altri. Per me, l’arte non è mai stata un bene da trattenere, ma una forma di dialogo da aprire, una presenza da restituire al mondo. Di fronte alla Madonna col Bambino di Boltraffio, dunque, la domanda «Ma quest’opera è di Leonardo?» acquista un significato più profondo. Non si tratta solo di un confronto di nomi o di mani, ma del riconoscimento di un’eredità viva, che si trasmette attraverso l’arte, la scuola e il linguaggio.