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"Questa città conserva le ferite del passato. Perciò mi affascina"

Nella Sala delle Cariatidi con un sorriso ha spiegato anche la sua idea di femminile

"Questa città conserva le ferite del passato. Perciò mi affascina"
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Anselm Kiefer si presenta in Sala delle Cariatidi, a Palazzo Reale di Milano, in cappottone nero lungo, aperto. Indossa una camicia candida e occhialetti tondi: i suoi ottant’anni sembrano parecchi di meno. Ha il physique du rôle della rockstar e, di fatto, lo è nel mondo dell’arte contemporanea.

La vulgata lo dipinge burbero, quasi indifferente al mondo; eppure, ieri a Milano è arrivato sorridendo. Si è concesso alle televisioni senza risparmiare battute bonarie sulla banalità delle domande, ha borbottato simpaticamente per il tempo che i fotografi impiegavano per scattargli qualche foto-ricordo con il Duomo alle spalle («Siamo in Italia, si procede con calma», gli abbiamo detto; ci ha risposto in italiano: «Veramente»). Poi ha continuato in tedesco un dialogo- confronto davanti ai giornalisti con Gabriella Belli, sempre brava a prenderlo per il verso giusto (come non ricordare il loro connubio perfetto, complice Tintoretto, a Palazzo Ducale di Venezia nel 2022?). Nella conversazione Kiefer ha riso parecchio, ha preso in giro la curatrice — «una di cui si fida davvero », ci dicono — scimmiottandone il ricercato gusto del parlar forbito, «mentre io mi esprimo in un tedesco dialettale». Ha salutato con calore Lia Rumma, 'Nostra Signora delle Gallerie' e sua seconda vestale, insieme a Belli, in questo viaggio italiano.

Nella città di una delle sue opere-simbolo ( I Sette Palazzi Celesti , permanentemente esposti al Pirelli HangarBicocca), Anselm Kiefer si aggira da una settimana con uno staff di meno di dieci persone, alloggiando in un hotel del centro accompagnato da uno dei cinque figli, Daniel. Tornerà a metà aprile per l’Art Week, per un incontro pubblico al Teatro Dal Verme. Ci ha preso gusto, evidentemente. «Trovo la città affascinante: qui, quando le cose vengono distrutte, come accaduto nella Sala delle Cariatidi che ha patito i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, non cancellate le ferite, non ristrutturate tutto di fresco come si fa in Germania », dice.

In questi giorni lo abbiamo visto comparire virtualmente qua e là su Instagram: in una storia sorrideva accanto all’artistar sudafricano William Kentridge (anche lui in città: Palazzo Citterio ospita da domani una sua installazione dedicata a Morandi), entrambi ospiti di Lia Rumma. Kiefer ha poi visitato il Cenacolo – pagando il biglietto e in coda come tutti – e si è soffermato alla Pinacoteca di Brera, affascinato dai dipinti di Bellini, Mantegna e Raffaello. «Ma era attratto anche da cose meno note, come i quadri di Vincenzo Campi», ci racconta il direttore generale della Grande Brera, Angelo Crespi, che lo ha accompagnato anche a Palazzo Citterio. Kiefer si è lasciato fotografare, ha chiacchierato con alcuni bambini in visita e ha scherzato con una giovane turista messicana che ignorava chi fosse. Per noi: il miglior artista vivente.

«Rilassato, disponibile», dicono quelli che lo hanno incrociato in questi giorni frenetici: l’allestimento in Sala delle Cariatidi ha richiesto uno sforzo produttivo enorme. Ciò che vediamo esposto – spiega Kiefer – non è la sua idea originaria. Quando, nel gennaio di due anni fa, ha cominciato a partorire il progetto (poi realizzato nell’atelier di Croissy, in Francia, usando un modello della sala in scala uno a uno per calibrare al millimetro i riflessi delle opere negli specchi), Kiefer avrebbe voluto appendere le sue creazioni alle pareti, per un dialogo diretto tra le donne dimenticate dalla storia (le alchimiste) e le donne ferite dalla storia (le cariatidi). «Non è stato possibile e alla fine è stato meglio così: mi piace che il progetto si presenti come un paravento da attraversare, che svela e nasconde». Chiama l’installazione “Leporello”, come i libri a fisarmonica. Usa parole precise Kiefer; quando parla di sé è persino lapidario. Gli chiedono se si considera femminista: «No, non lo sono, ma sono donna per metà », riconoscendo alla figura femminile quella capacità demiurgica e rigeneratrice che deve possedere ogni artista-alchimista che si rispetti. Gran divoratore di libri, ha scovato nel volume di Jette Andersen 33 Alchemisten materiale ottimo per queste sue ultime creazioni, ma non vale la pena chiedergli quale, tra le 38 rappresentate, sia la preferita: «Non faccio il ranking delle mie opere», dice sbrigativo.

Due conti però tocca farli su questa riuscitissima operazione “olimpica” a Milano (la produzione è di Palazzo Reale e Marsilio Arte, con il contributo di due corazzate come le gallerie Gagosian e Lia Rumma, e Unipol e Banca Ifis come main sponsor): che fine faranno le Alchimiste quando l’installazione verrà smantellata? «Non devi chiederlo a me», ci ha detto, sornione e adorabile.

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