Anche se l’esilio dall’Italia è durato, per i Savoia, fino al 2002, di tanto in tanto i reali si sono concessi qualche “strappo alla regola” rientrando, nemmeno così di nascosto, nel Belpaese. È il racconto che fa il principe Emanuele Filiberto al Corriere della Sera aggiungendo anche alcuni dettagli delle sue sortite e di quelle della sua famiglia.
L’aneddoto di Gustav Thoni
Tutto ha origine, però, da quanto raccontato dall’ex sciatore Thoni nel suo libro appena uscito in libreria (“Una scia nel bianco”) e quanto spifferato al quotidiano con un aneddoto che risale agli anni Settanta. “Dopo il Gigante di Sankt Moritz, nel 1974, venne a trovarmi il Principe”, ovvero Vittorio Emanuele di Savoia con la moglie Marina Doria. “Vennero qui, a Trafoi. In albergo. Vollero incontrare tutto lo staff. Ci lasciarono in dono un orologio da tavola”.
Il racconto di Emanuele Filiberto
Sappiamo bene che la legge dell’epoca vietava l’assoluto ingresso in Italia per tutti i discendenti maschi di Casa Savoia, esilio che poi cadde nel 2002 con il primo rientro ufficiale, dei Savoia, nel marzo 2003 all’aeroporto di Napoli Capodichino. Ma la parte più succosa, ancora, deve arrivare: raggiunto telefonicamente dal Corriere, Emanuele Filiberto ha raccontato le numerose sortite italiane negli anni dell’esilio.
“Nel caso specifico, se Gustav lo racconta e lo scrive, è sicuramente vero. Un racconto magnifico. Mio padre era un grande appassionato di sport. E non potendo entrare in Italia, la voglia di incontrare un campione come lui era ancora più forte dell’esilio. Avrà preso una macchina e sarà andato a complimentarsi, un gesto stupendo. Le frontiere non possono esistere quando lo sport è bello e importante. Era giusto fare uno strappo”, afferma.
“Abbiamo fatto tanti sconfinamenti”
Senza peli sulla lingua, il principe ripercorre così i momenti “belli” dei vari strappi alla regole. Alla domanda se ci fosse stata soltanto un’eccezione, uno strappo alla regola, risponde che “gli sconfinamenti sono stati tanti. Io stesso sono entrato più volte in Italia con mio padre. In Valle d’Aosta per vedere il Castello di Sarre, a Torino per pranzo, in Sardegna. Piccoli viaggi. Andavamo nei ristoranti”. Alla legittima domanda del giornalista su come fosse stato possibile evitare i controlli, Emanuele Filiberto spiega che “i carabinieri salutavano. Facevano proprio il saluto”. Da qui, passa in rassegna i racconti sul cibo con cene a base di bagna cauda e l’incontro con alcuni politici dei quali non fa i nomi. “Era tutto molto semplice. E tutti erano felici di incontrarlo”, racconta riferendosi al padre Vittorio Emanuele.
Soprattutto d’estate, poi, ecco la Sardegna dove “siamo andati più volte. In barca. Quando si poteva prendere una boccata d’aria in Italia, lo si faceva”, aggiunge Emanuele Filiberto. “Prima che noi infrangessimo la legge - sottolinea - ci avevano violato i diritti. La Corte europea ce lo ha riconosciuto. Era normale fare questi strappi”.
id="docs-internal-guid-9fba084d-7fff-e84d-70b0-9e005da38f03">L’avvocato costituzionalista Mario Bertolissi spiega chiaramente come stavano le cose. “La norma era chiarissima: se fossero stati intercettati, li avrebbero dovuti accompagnare alla frontiera”.