La guerra dei Gianduiotti

Il colosso svizzero del cioccolato Lindt entra a gamba tesa nella procedura di riconoscimento Igp degli storici gianduiotti torinesi. Vuole modificare la ricetta originale. Divampa la "guerra" tra Italia e Svizzera

La guerra dei Gianduiotti
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Dopo secoli e secoli di neutralità il Paese di Heidi, dei formaggini e degli orologi a cucù, la Svizzera ha scatenato una nuova guerra con l'Italia.
Per carità, non è una guerra che si combatte con fucili e cannoni, nessuno si fa male (almeno fisicamente parlando) ma gli animi si scaldano lo stesso come se si fosse su di un campo di battaglia. È scoppiata la guerra dei gianduiotti.

La deliziosa specialità torinese si è trovata al centro di una ferocissima disputa scatenata dal colosso elvetico del cioccolato Lindt. Tutto nasce dalla sacrosanta rivendicazione del riconoscimento Igp (Indicazione geografica protetta) portata avanti dal comitato del Gianduiotto di Torino Igp, al fine di ottenere l'importantissima tutela del leggendario dolciume piemontese. Punto imprescindibile dell'iter per il riconoscimento Igp è ovviamente il rispetto rigoroso della ricetta originale, così come ideata da Caffarel nel 1865.

Gli ingredienti sono esclusivamente tre: nocciola, zucchero e massa di cacao di altissima qualità. Nient'altro. Sarebbe tutto così pacifico e semplice se non fosse stato per l'intervento a gamba tesa di Lindt nella questione. Le regina del cioccolato svizzero si è fortemente opposta con tutto il suo peso da multinazionale miliardaria al riconoscimento ufficiale della ricetta originaria, pretendendo l'aggiunta di un ulteriore e totalmente estraneo ingrediente, il latte.

Una perentoria pretesa che non è di certo finalizzata alla salvaguardia della tradizione dolciaria torinese ma che scaturisce da non indifferenti interessi economici nella produzione industriale dei gianduiotti. Il latte in polvere costa molto meno delle nocciole, aggiungendo il primo a discapito delle seconde si otterrebbe un prodotto di gran lunga più economico. Sicuramente buonissimo ma nemmeno lontanamente paragonabile ad un vero gianduiotto tradizionale.

La vicenda sembrerebbe di facile soluzione, quasi lapalissiana (se il latte non ci andava nel 1865, non ci dovrebbe andare neppure ora), se non fosse che la Lindt come asso nella manica fa fortemente pesare il fatto di essere la legittima proprietaria del marchio Caffarel, acquisito nel 1997 e unico autorizzato a riportare sulle confezioni l'immagine di Gianduia, storica maschera del carnevale torinese da cui i gianduiotti prendono il nome.

Pur essendo depositaria di cotanta e illustre eredità storico/dolciaria, Lindt non sembra essere molto interessata nel portare avanti la tradizione quanto piuttosto di perseguire ben più pragmatiche logiche di mercato. Le ragioni addotte poi fanno per lo meno storcere un po' il naso, anche se sicuramente sono validamente sostenute da fior fiore di principi del foro dell'ufficio legale di Lindt.

Fortunatamente dall'altra parte della barricata, a strenua difesa dell'originalità del cioccolatino più buono del mondo, sono schierati compatti grandi nomi come Venchi, Domori,Ferrero e Pastiglie Leone e grandi maestri cioccolatieri come Guido Gobino, Guido Castagna e Giorgio e Bruna Peyrano.

Proprio Gobino con le sue parole riesce perfettamente a riassumere le "eccentriche" pretese di Lindt. "Sostenere di essere gli inventori di una specialità dolciaria solo per avere acquistato il marchio 130 anni dopo è un po' come acquistare la Ferrari e arrogarsi di aver inventato le macchine da corsa. È una cosa che fa sorridere".

Purtroppo a causa di questo motivo, per quanto

assurdo, il riconoscimento Igp è in una fase di stallo e sicuramente a Torino ci sarà da lottare.
Basterà però assaggiare un vero gianduiotto, fatto come si deve, senza latte, per comprendere che ne vale davvero la pena.

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