Considerare un confessionale come un’opera d’arte pensavo fosse peculiarità dei secoli passati. Negli occhi ho la straordinaria opera di Andrea Fantoni, del 1705, custodita nella mia Bergamo, all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore nel cuore della città alta. Con ricchezza di statue, bassorilievi, incisioni l’autore è riuscito a intagliare nel legno una miniera di simboli con cui spiegare il mistero celebrato. Non avrei mai pensato invece che un confessionale potesse essere un’opera d’arte contemporanea. Invece è successo. Le immagini che mi ha mostrato un amico mi hanno fatto riflettere. L’istallazione è di Alicia Framis, si intitola Confessionarium ed è collocata all’interno dell’esposizione 1+1. The relational years che si trova a Roma, al Maxxi, Museo nazionale delle arti del XXI secolo. Si tratta di una struttura in plexiglas, che rappresenta un confessionale moderno, cioè a piccola stanza, con tanto di grata ma a effetto vetro. Dice il commento ufficiale: «Una cabina di confessione trasparente che rende visibili dall’esterno i penitenti, invitando alla riflessione pubblica sulla trasparenza nella società. L’artista mette in discussione la sacralità del confessionale, spazio chiuso e riservato, trasformandolo in un luogo pubblico di totale esposizione».
All’interno, a orari definiti, si siede un attore, giovane e bello, con l’abito talare nero lungo con appoggiata sulle spalle la stola viola. Qui si aprirebbe già un tema di discussione e di approfondimento: nelle chiese è raro vedere un prete vestito così, liturgicamente e tradizionalmente, forse per un presunto principio di “modernità” che dovrebbe vincere ritrosia e distanza, l’arte contemporanea invece fa proprio il contrario. In un post che ne accompagna la presentazione si legge: «Don Enrique, all’interno dell’opera Confessionarium di Alicia Framis, riceve in Galleria 3 ogni venerdì, sabato e domenica dalle 16.15 alle 18.15 per tutta la durata dell’esposizione». Quindi i visitatori che lo desiderano possono diventare protagonisti di tale installazione ed entrare per dialogare. Il post pubblicato in Instagram da @museomaxxi a fine novembre si conclude così: «Confesseresti i tuoi peccati in un museo invece che in una chiesa?». Ci sono 6067 like e 192 commenti. C’è chi scrive «lo trovo straordinario», ma molti sono perplessi o critici. Ne riporto alcuni per sollecitare impressioni e meditazioni. «Tipico della schizofrenia del mondo moderno».
«Non ho capito se è un sacerdote vero. Mi sono confessata tante volte senza confessionale su panchine per strada o su rocce nei prati. Se ci si può confessare dove si vuole perché no in un museo fantastico?». Un altro risponde: «Capisci che è tutto finto dal fatto che il sacerdote ha la talare». «Io ho smesso di confessarmi a 19 anni: un prete mi ha traumatizzato». «Il confessionale non serve più, adesso il sacerdote guarda in faccia: questa artista è indietro almeno 30 anni». «Io sono una storica dell’arte. Sono stanca di vedere la Chiesa e i suoi simboli sempre dissacrati per mettere in discussione temi sociali. Se la discussione è la necessità di maggior trasparenza in una società spesso criticata per mancanza di privacy e per la riluttanza ad assumersi la responsabilità dei propri errori, forse si dovrebbe rileggere più attentamente il significato del sacramento della confessione». «Gentilmente, mi mettete in discussione polemicamente che so... una moschea? Dai, forza, l’arte non guarda in faccia a nessuno no?».
E io cosa ne penso? Mi stacco dall’opera in sé e la faccio diventare opportunità per guardare a me stesso e alla realtà. Nella mia esperienza sia di prete che assolve che di peccatore che si confessa mi accorgo sempre di più che l’opera d’arte non è e non può essere il confessionale, ma la vera opera d’arte è la coscienza di ogni persona. È incredibilmente meravigliosa. La trasparenza di questa istallazione mi riporta all’interiorità, che è propria solo di chi è intelligente. Spesso si confonde questo termine con nozionismo, sagacia, intuizione, capacità, in realtà letteralmente viene dal latino «intus legere» cioè è la capacità di guardare dentro se stessi, dentro gli avvenimenti, dentro le relazioni, dentro le opportunità.
Ben venga allora un Confessionarium in plexiglas se il risultato è provocare un pensiero intelligente.