"Un oltraggio ai colleghi in divisa". Con queste parole il ministro Matteo Salvini è intervenuto sul caso della sparatoria di Rogoredo, per il quale l’agente Carmelo Cinturrino è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri. Una vicenda che ha scosso l'opinione pubblica e che riaccende un tema delicato: cosa accade quando a finire sotto inchiesta è chi indossa la divisa dello Stato?
Una domanda importante perché se a sbagliare è un pubblico ufficiale, la frattura riguarda la credibilità stessa delle istituzioni. Anche perché non è la prima volta che un caso giudiziario coinvolge appartenenti alle forze dell’ordine sollevando interrogativi profondi. E la lista non è corta. Ecco i casi più eclatanti.
La Banda della Uno Bianca
Tra il 1987 e il 1994 la Banda della Uno Bianca terrorizzò Emilia-Romagna e Marche con rapine e omicidi. Ventiquattro morti, oltre cento colpi. A rendere il caso devastante fu la scoperta che tra i componenti figuravano poliziotti in servizio. Non si trattò di eccessi operativi, ma di un’organizzazione criminale parallela, strutturata e consapevole. Conoscenza dei turni, delle procedure, delle dinamiche investigative: elementi utilizzati per colpire meglio. La vicenda incrinò profondamente la fiducia nelle istituzioni. Proprio per questo le condanne all’ergastolo segnarono un passaggio essenziale: nessuna divisa può diventare copertura per il crimine.
Il caso Federico Aldrovandi
Il 25 settembre 2005, a Ferrara, un controllo di polizia termina con la morte di Federico Aldrovandi, diciotto anni. Le ricostruzioni tecniche, le perizie e i processi hanno stabilito che l’intervento fu caratterizzato da un uso eccessivo della forza. Le condanne definitive per omicidio colposo nei confronti degli agenti coinvolti hanno chiuso il capitolo giudiziario, ma non quello civile e morale. Il caso ha aperto un confronto nazionale su protocolli, formazione, modalità di contenimento. Non una macchia sulla Polizia nel suo complesso, ma la dimostrazione che anche un controllo può trasformarsi in tragedia quando si supera il limite.
Stefano Cucchi: violenze, omissioni, depistaggi
Nel 2009 la morte di Stefano Cucchisegna uno dei casi più dolorosi della recente storia giudiziaria italiana. Arrestato per droga, durante la custodia viene ridotto in condizioni gravissime.
Le successive indagini hanno portato alla luce pestaggi, falsi verbali, reticenze. Non solo violenza, ma tentativi di copertura. È questo aspetto ad aver colpito profondamente l’opinione pubblica: il rischio che l’errore iniziale venga aggravato dal silenzio. Le condanne per omicidio preterintenzionale e per falso hanno fissato responsabilità individuali. Ma la lezione resta netta: i depistaggi, quando emergono, sono un danno ulteriore e devono essere perseguiti con la stessa severità dei fatti originari.
Piacenza, il caso della caserma Levante
Nel 2020 l’inchiesta sulla caserma Levante di Piacenza porta al sequestro dell’intera struttura. Le accuse nei confronti di alcuni carabinieri parlano di spaccio di droga, estorsioni, arresti illegittimi, pestaggi, falsificazione di atti. Secondo l’impianto accusatorio, non si sarebbe trattato di episodi sporadici ma di un sistema consolidato. Anche in questo caso sono emersi tentativi di copertura interna, aggravando ulteriormente la situazione.
Verona, poliziotti fermati per violenze sui fermati
A Verona dodici poliziotti sono stati rinviati a giudizio per presunte violenze su persone fermate. Per alcuni capi d’imputazione è contestato il reato di tortura. Le accuse descrivono pestaggi e umiliazioni ai danni di soggetti in stato di custodia. Sarà il processo a stabilire responsabilità definitive. Ma un punto resta fermo: la coercizione legittima è una cosa, l’abuso è un’altra.
Quando emergono comportamenti di questo tipo, non possono essere derubricati a “eccessi”. Vanno verificati e, se confermati, sanzionati. Proprio come ha ribadito il ministro Salvini per il caso di Rogoredo: "Se qualcuno in divisa sbaglia paga più degli altri".