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Frutta coloniale, grandi tragedie e terze pagine. Ecco il Regime che non ti aspetti

Dal crollo del sistema liberale sino al controllo della società: così l'Italia si mise l'orbace

Frutta coloniale, grandi tragedie e terze pagine. Ecco il Regime che non ti aspetti

Mentre si ragiona del ritorno di una politica internazionale aggressiva che ricorda le tensioni che precedettero il secondo conflitto mondiale e portarono al crollo dei regimi liberali, è quasi inevitabile riflettere sulle radici del fascismo. Le dittature sono sempre da ripudiare, ma non basta condannarle, bisogna capirne le dinamiche andando oltre i luoghi comuni e le semplificazioni. I saggi di cui parliamo in questa pagina possono aiutare a interpretare il fenomeno del fascismo: nella sua genesi, nel modo in cui si è trasformato in un complesso sistema di controllo della popolazione, nel suo asservire giornalismo e arte. Anche creando il bello.

La banane del Duce e tutti gli oggetti del "Ventennio"

Un regime si respira, si mangia, influenza la cultura e la vita di chi vi è soggetto in un modo infinito di maniere. Alcuni di questi modi sono molto meno visibili di altri. Ad esempio, cosa c'entra il regime fascista con le banane? Beh in piena "valorizzazione" coloniale, l'Italia oltre a cantare Faccetta nera iniziò a consumare sempre più questo frutto per l'epoca molto "esotico" e che era uno dei prodotti più facilmente valorizzabili della colonia Somala. Venne creata, a partire dal 1935, la Regia Azienda Monopolio Banane, costruite apposite navi bananiere da trasporto e creata un'enorme rete di distribuzione. Insomma la banana divenne un prodotto fascistissimo che veniva pubblicizzato come una delle tante conquiste di benessere che il regime fascista stava mettendo a disposizione degli italiani. Poi di li a poco scoppiò la guerra e le quattro navi bananiere della Regia Azienda vennero rapidamente, e ben poco efficacemente, trasformate in tre incrociatori leggeri e una nave ospedale. Ma questa è un'altra storia. Quella di molti altri prodotti di consumo sotto il fascismo è invece raccontata da Emanuela Scarpellini in Il fascismo delle cose (Einaudi, pagg. 400, euro 29). Un saggio che affronta il ruolo giocato dalla cultura materiale del Ventennio. La visuale adottata non è però centrata su grandi monumenti o opere d'arte, ma è del tutto inedita, quasi domestica: mette a fuoco i piccoli oggetti della quotidianità: medicine, monete, francobolli, tazzine di caffè coloniale fumante.

Il giornalismo come scuola politica in camicia nera

Pochi regimi, a ben vedere, sono stati giornalistici quanto lo è stato il fascismo. Giornalista, in primis, ovviamente, era Benito Mussolini che aveva fatto della sua vis retorica da direttore di quotidiano una perfetta arma politica. Ma lo erano anche i maggiorenti e i burocrati del Partito nazionale fascista. Citando largamente per difetto - la lista sarebbe interminabile - erano giornalisti: i ministri degli Esteri Dino Grandi e Galeazzo Ciano, il ministro dell'Interno Luigi Federzoni, Alfedo Rocco ministro della Giustizia, il ministro dell'Aeronautica Italo Balbo, il ministro delle corporazioni Giuseppe Bottai... Per Mussolini una vera e propria scelta nell'ambito del "materiale umano": "Tutti quelli che sono venuti al governo dal giornalismo sono stati sempre fra i migliori, e non parlo di me". Va da sé che allora la questione del controllo della stampa e della professione fosse uno dei cardini del Regime. Al di là del mero controllo dei quotidiani, gli editori italiani dimostrarono una certa resilienza verso il fascismo, le redazioni inevitabilmente vennero viste da Mussolini - e non solo da lui - come una potenziale fucina di talenti, anche politici. Ecco perché è interessante il volume di Eugenio Gallavotti La scuola fascista di giornalismo (Luni, pagg. 154, euro 20). Il saggio, denso di informazioni ma scritto con brio, ruota attorno alla figura di Ermanno Amicucci, uno dei personaggi chiave della fascistizzazione della stampa italiana, a partire dalla creazione della scuola di giornalismo che fu attiva a Roma tra il 1930 e il 1933.

Aprire il sipario sul grande spettacolo voluto dai gerarchi

Che Benito Mussolini fosse a suo modo un teatrante della politica era una cosa ben nota ai suoi contemporanei. Per citare il critico d'arte tedesco Aby Warburg, si definiva «incantato dal moto delle sue labbra: una bocca degna di un Cesare, bella e malvagia». Ma al di là del «commediante meraviglioso» (in questo caso la definizione è di Gaetano Salvemini) c'è anche lo spazio che Mussolini ha dato al teatro come strumento di convincimento di massa. Per aprire il sipario su questo tema è completissimo Il teatro di Mussolini (Garzanti, pagg. 476, euro 26) di Patricia Gaborik. Durante il Ventennio il palcoscenico divenne un laboratorio per plasmare gli italiani. Benito Mussolini trasformò il teatro in uno strumento di formazione politica e culturale, intervenendo a seconda dei casi in veste di critico, impresario, drammaturgo e censore. Attraverso una certosina ricerca d'archivio e un'analisi approfondita di fonti dei tipi più diversi, l'autrice ricostruisce i rapporti del regime con alcune figure centrali dell'epoca, tra cui Pirandello, D'Annunzio, George Bernard Shaw e Silvio d'Amico. Quindi non solo bieca propaganda ma anche qualità. Le iniziative di Mussolini dai Carri di Tespi al Sabato Teatrale, fino alla Regia Accademia d'Arte Drammatica puntavano a raggiungere pubblici nuovi, a mettere in moto una rivoluzione antropologica. Un libro che dà conto della complessità dell'arte di regime senza scusarne l'illiberalità.

Le radici nazionaliste della Marcia su Roma raccontate da Gorresio

Il fascismo non germogliò da solo e non germogliò all'improvviso: le sue radici erano immerse nei movimenti nazionalisti che si erano sviluppati in Italia, e non solo, a partire dai primi del Novecento. Una mappa molto chiara di quel nazionalismo fu vergata dal giornalista Vittorio Gorresio (1910-1982) in un volume sino ad ora inedito: L'Italia nazionalista (Aragno, pagg. 210, euro 24). Il saggio, che vanta una bella e chiarificatrice prefazione dello storico Francesco Perfetti, tassella un vivace mosaico del nostro nazionalismo sviluppatosi in un singolare intreccio fra letteratura e politica. Ne rintraccia le ascendenze in Oriani, in D'Annunzio, nelle riviste fiorentine del primo Novecento, nel futurismo, nell'esaltazione della violenza teorizzata di sindacalisti rivoluzionari. Dimostra come si declinò in una dottrina politica antisocialista e antidemocratica, antiliberale, intrisa di retorica visionaria, suggestionata dalle teorie elitistiche e sostenuta da pulsioni imperialistiche. Affrontando il tema del rapporto tra nazionalismo e fascismo, Gorresio assume una posizione precisa.

Cresciuto in un ambiente «gobettiano», pur non sottovalutando i contrasti fra nazionalisti e fascisti, sostiene che, senza il nazionalismo e senza il contributo intellettuale del suo «conservatorismo anarchico», il fascismo non avrebbe avuto possibilità di emergere e di impadronirsi dell'Italia.

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