Gli esuli istriani, i caduti per il ritorno di Trieste all'Italia, i missini ed i militari sono sempre stati orgogliosi del Tricolore in anni quando andavano di moda altri simboli, come le bandiere rosse. E la parata del 2 giugno era stata cancellata o ridotta ai minimi termini.
Gli esuli istriani, fiumani e dalmati sono stati costretti ad abbandonare le loro case dal terrore delle foibe di Tito.
Nelle valige di cartone o sui carri trainati da contadini portavano via le masserizie che riuscivano a raccogliere in fretta e furia. Non mancava un pugno della loro terra e, quando potevano, uno sfilacciato Tricolore. La bandiera italiana, sopravvissuta alla guerra, è sempre rimasta nei loro cuori.
Ancora oggi, assieme agli stendardi delle terre perdute, la sventolano con commozione alle cerimonie che ricordano il dramma dell'esodo e la tragedia della foibe.
I moti di Trieste, nel 1953, per il ritorno della città all'Italia, scoppiano dopo che il sindaco Gianni Bartoli espone il Tricolore sul palazzo del municipio. Gli ufficiali inglesi del governo militare alleato, che occupava la città dal 1945, fanno ammainare la bandiera italiana.
Dal 4 novembre 1953 la popolazione italiana armata di Tricolori scende in piazza, a cominciare dagli studenti, fronteggiando le violente cariche della polizia civile. Le gradinate della chiesa di Sant'Antonio sono sporche di sangue. Gli inglesi danno ordine di sparare sulla folla e in due giorni cadono 6 civili, compreso Pietro Addobbati, che aveva appena 15 anni.
Nella sede della Lega nazionale, simbolo dell'italianità dai tempi dell'irredentismo, è conservato il Tricolore, annerito dai fori dei proiettili e intriso dal sangue, di Saverio Montano. Lo portava al collo durante gli scontri nella piazza che un anno dopo, il 26 ottobre 1954, accoglierà con una folla immensa il ritorno alla madrepatria di Trieste. Da allora si chiama piazza Unità d'Italia.
Nel dopoguerra della prima Repubblica solo due partiti non si sono mai vergognati di ostentare il bianco, rosso e verde nei loro simboli. I liberali del Pli, che hanno adottato la bandiera nazionale e la Fiamma Tricolore del Movimento sociale italiano. Più che fiamma ardente sulla tomba del duce i militanti nati dopo piazzale Loreto l'hanno sempre considerata un simbolo di italianità e patriottismo, che ai tempi del muro di Berlino arginava il tripudio di bandiere rosse del Partito comunista.
Il Pci aveva come simbolo la Falce e martello, che sovrastava la bandiera italiana. Ai comizi di Berlinguer dominavano il rosso e il pugno chiuso. I socialisti erano rappresentati dal Garofano, i repubblicani dall'Edera ed i democristiani dallo Scudo crociato.
Le Forze armate, che oggi sfilano ai Fori imperiali, per dovere e dedizione sono rappresentate dal Tricolore. In prima linea nelle calamità naturali per aiutare la popolazione e all'estero nelle missioni dove la bandiera italiana è sventolata a latitudini impensabili da Herat a Nassiryha, da Mogadiscio a Beirut. I nostri reparti simboleggiano l'unità nazionale e difendono la Patria.
Nella prima Repubblica, comunisti e "pacifinti", vedevano i militari come fumo negli occhi e preferivano altre bandiere a quella nazionale, come avviene ancora oggi nelle piazze pro Pal.
Solo nel 2000 il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ristabilisce a pieno titolo la parata del 2 giugno ai Fori imperiali. Anche se proprio con Giuliano Amato premier si è deciso di censurare l'Aeronautica militare che in "silenzio" aveva partecipato alla campagna di bombardamenti per il Kosovo. A sorvolare i Fori solo le storiche Frecce Tricolori, che sono sempre una tradizionale attrazione per grandi e piccini quando sfrecciano su spiagge e città.
Pure nel campo sportivo, per lungo tempo si metteva in primo piano la casacca azzurra, rispetto alla bandiera e
l'inno nazionale. Però proprio con la vittoria dei mondiali del 1982, per la prima volta dopo il ritorno di Trieste all'Italia, la gente è scesa in strada in massa sventolando il Tricolore in un tripudio di orgoglio nazionale.