Basta con le archistar atee e le loro chiese-scatole

Le architetture religiose contemporanee assomigliano a supermercati:
denunciano l’assenza di fede e negano il mistero. Tentano di replicare
pateticamente degli stabilimenti industriali. Gli orrori di Fuksas e
gli "aborti" di Gregotti

Non è particolarmente originale affermare che Gianfranco Ravasi è persona intelligente e sensibile, ma è certamente bello trovarlo su un campo in cui la chiesa e molti preti hanno gravi responsabilità, ed è, per chi ha un ruolo importante come Ravasi più facile fingere di non vedere o ripararsi dietro a formule di comodo. Per intendere fino a che punto io condivida il suo pensiero, mi sembra utile citare uno stralcio di un mio articolo su questo giornale, il 29 agosto. Non avevo parlato con Ravasi e non conoscevo il suo pensiero. «Le biblioteche nuove come questa, minacciata a Milano, sono come le moderne architetture religiose, senza anima e vita rispetto alle chiese gotiche, rinascimentali e barocche». Oggi Ravasi esce, candidamente, allo scoperto, e dichiara: «Un certo cattivo gusto nelle chiese oggi è un dato di fatto. Per questo è indispensabile una formazione di tipo estetico a partire dai seminari e dalle parrocchie».

Come è nella sua natura Ravasi guarda quello che ha davanti e parla con immediatezza. Gli torna alla memoria il pensiero di quell’altro prete straordinario e umanissimo che era David Maria Turoldo, ancora più severo: «Oggi le chiese sono come un garage dove Dio viene parcheggiato e i fedeli sono parcheggiati davanti a lui». Il destino gli ha risparmiato la visione dell’orrido edificio concepito per la povera città di Foligno da Fuksas, che sembra aver voluto dare corpo alle parole di Turoldo e ha edificato un garage chiamandolo chiesa. Si tratta dell’architettura religiosa di più recente costruzione, ma se si escludono le chiese progettate da Mario Botta con forti richiami alla tradizione romanica, le preoccupazioni di Ravasi e la profezia di Turoldo sono purtroppo confermate da una realtà catastrofica. Prima di tutto gli architetti hanno perso il cielo: sono sparite cupole e volte e ogni riferimento alla sfera celeste. Questa aberrazione (fortunatamente scongiurata nella rigorosa ricostruzione della cattedrale di Noto, per la quale mi sono battuto anch’io con un altro prete dotto e sensibile, il vescovo Chenis, perché la decorazione pittorica e plastica fosse coerente con le linee architettoniche restituite), è evidente nella chiesa matrice di Menfi parzialmente abbattuta con il terremoto del Belice. Per non rischiare il falso storico (che in architettura è un concetto assai opinabile, se soltanto si pensa al tempo di costruzione del Duomo di Milano), l’architetto Gregotti ha pensato bene di rovesciare la direzione dell’architettura e di integrarla con linee geometriche a forma di scatola, a lui tanto cara, in cemento armato. Ne è uscito un aborto che ha sfigurato l’edificio sia all’esterno che all’interno.

Evidentemente gli architetti, soprattutto quelli di grido, non riescono a superare le loro convinzioni atee e si applicano a una chiesa come un supermercato, prima di tutto negando lo spirito di elevazione che l’architettura nella sua vastità intende indicare. Ecco quindi la predilezione per le scatole e un linearismo funesto. Ne è un esempio il santuario di San Gabriele al Gran Sasso sfortunatamente risparmiato dal terremoto: un gigantesco garage con un avancorpo di cemento armato per proteggere le migliaia di pellegrini il cui numero dovrebbe giustificare l’assoluta assenza di spiritualità e anche la prepotenza di spazi informi sovrapposti alla piccola chiesa dedicata al santo all’inizio del secolo scorso. Le architetture religiose contemporanee denunciano l’assenza di fede e sembrano negare il mistero. Non c’è spazio per cripte, presbiteri, transetti riferimenti alla croce, vertigini luminose.

Se Dio esistesse assomiglierebbe a un operaio in fabbrica, e ogni pompa e sfarzo, come nella chiesa storica risulterebbero impropri e inopportuni. Così le nuove chiese tentano pateticamente di somigliare a stabilimenti industriali in ossequio a un’ideologia che intende la bellezza e la ricchezza come una colpa. Ha dunque ragione monsignor Ravasi quando pone la questione in termini di formazione, di studio, di estetica. L’estetica della chiesa come quella del teatro fa riferimento a una realtà sociale, di identificazione in valori comuni, allegati alla religione e alla letteratura. Oggi individualismo e scetticismo hanno cancellato questi valori condivisi e l’architettura mostra i segni evidenti di questa crisi dell’uomo e dei suoi valori. È singolare che lo stesso disagio segnalato da Ravasi e da Turoldo si riscontri anche nel mondo del teatro, luogo per eccellenza di rappresentazione di valori umani condivisi e di cui è evidente la doppia crisi, sia negli spazi architettonici sia nella produzione letteraria. Ciò che si è perduto è la spiritualità dell’uomo che non si proietta neppure nelle architetture religiose.

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