Benessere

"Allarme social, occhio a questi comportamenti dei vostri ragazzi". L'allarme della neuropsichiatra

Con la dottoressa Giusi Sellitto, neuropsichiatra infantile dell'ASST Santi Paolo Carlo di Milano, abbiamo parlato del disagio psichico in aumento, tra i nostri ragazzi, e dei rischi connessi all'abuso dei social network. Consigli utili anche per i genitori

"Allarme social, occhio a questi comportamenti dei vostri ragazzi". L'allarme della neuropsichiatra

Cresce il disagio psichico tra i nostri ragazzi. Sono i numeri ad accendere l'allarme. Ma rispetto a qualche anno fa c'è qualcosa di nuovo e particolarmente insidioso. Nella società dell'iperconnessione si possono creare nuove dipendenze e pericolose fughe dalla realtà. Il problema, ovviamente, non riguarda solo i più piccoli ma è soprattutto a loro che dobbiamo guardare, per cercare di proteggerli. Per salvarli, finché siamo in tempo. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Giusi Sellitto, neuropsichiatra infantile, che svolge attività di diagnosi e trattamento dei disturbi dell’età evolutiva presso l’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infanzia e Adolescenza di Milano ASST Santi Paolo Carlo e presso l’Istituto Penale Minorile- IPM "Cesare Beccaria" di Milano.

Dottoressa, quali sono i problemi ad oggi più diffusi, tra i nostri ragazzi, nella sfera di sua competenza? C'è qualche evidenza scientifica di un aumento significativo di casi?
"In Italia i disturbi neuropsichici dell’età evolutiva colpiscono quasi due milioni di bambini e ragazzi. Gli esperti stimano che in meno di dieci anni il numero degli utenti seguiti nei servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (NPIA) sia raddoppiato. La domanda di interventi in questo ambito è in continua crescita, si tratta di una vera emergenza di sanità pubblica con un’inevitabile ricaduta su aspetti sociali, umani ed economici. In età adolescenziale - con una prevalenza del sesso femminile - crescono i disturbi d’ansia, i disturbi del comportamento, quali autolesionismo e ideazioni o comportamenti suicidali, crescono i disturbi alimentari, quali l’anoressia. Sono drammaticamente in aumento anche le problematiche a scuola con una crescita della dispersione scolastica. Crescono i disturbi d’ansia, il ritiro, ma cresce anche la violenza, l’aggressività, il discontrollo degli impulsi. La sofferenza, come la rabbia chiedono un colpevole, abbiamo bisogno di individuare la matrice, la causa".

Giusi Sellitto
Dottoressa Giusi Sellitto


Da dove arriva tutta questa sofferenza?
"Comprendere richiede tempo. Per formulare una riflessione è necessario rinviare, differire, aspettare e poi elaborare. La mancanza dell’attesa, insieme all’evitamento del dolore sono diventati degli assi portanti della nostra società. È tutto istantaneo. La società attuale ci offre molte occasioni per creare anti-oggetti o oggetti alternativi rispetto a quello di base che lo sostituiscono quando manca, eludendo in questo modo la sofferenza da assenza. Penso ai cellulari che ammorbidiscono la nostra esperienza di allontanamento dall’oggetto, siamo sempre connessi, c’è sempre qualcuno che ci risponde, una perenne illusoria presenza. Riscontriamo reazioni maniacali a sentimenti depressivi, anche quelli non patologici. Nel corso delle mie visite riscontro sempre di più e più spesso l’incapacità di pensiero, di creare associazioni, nessi causali, 'scrollano, ma non riescono a creare link'. Osservo una drammatica crescita di impoverimento del pensiero. Oltre che del linguaggio.
Pensare è un allenamento, scaturisce dal dialogo, a volte dalle domande che ti vengono poste e/o che ti poni, è lì che si genera il pensiero e l’autocritica".

Computer e smartphone hanno peggiorato le cose?
"Senza demonizzare il mondo del web e i dispositivi digitali che tanto ci hanno dato, dobbiamo avere la consapevolezza che hanno determinato l’indebolimento di uno dei beni più preziosi, il dialogo, il confronto, la complessità del pensiero. Con lo smartphone non dialoghi, è un'immersione in un mondo di immagini, colori, sempre più veloci, sempre più di effetto, immediate, non c’è scambio, non c’è reciprocità, non c’è ascolto. Non possiamo fare a meno dello smartphone, né dei dispositivi digitali, non credo sia giusto tenerli al di fuori della porta. Fa parte dell’evoluzione e non va negata, va educata. Credo fortemente che ciò che manchi nelle scuole, nelle case, sia un’educazione digitale, un dialogo su quello che accade on line".

C’è un rischio psichico per i nostri ragazzi che stanno troppe ore sui social?
"Il rischio c’è ed è su più fronti, dall’ambito sociale (qualità delle relazioni) a quello culturale (formazione sul piano intellettuale). Senza demonizzare nulla, come dicevo, dobbiamo avere la consapevolezza che hanno determinato l’indebolimento di uno dei beni più preziosi, il dialogo, il confronto e la complessità del pensiero".

È diversa la situazione se, ad esempio, le troppe ore sono solo sul pc o altri device ma non sui social?
"Stare sui social è decisamente più rischioso che stare al pc, cambiano le dinamiche intellettuali, al pc puoi fare giochi, talvolta anche costruttivi, il social polarizza il pensiero, è una sorta di calamita, ti tiene incollato lì, è una immersione in un mondo di immagini, colori, sempre più di effetto, sempre più veloci, immediate, senza scambio, senza reciprocità, senza ascolto".

Ci sono dei campanelli d’allarme a cui un genitore dovrebbe prestare attenzione?
"Quando lo sguardo è catalizzato persistentemente sullo schermo e si riscontra indifferenza o semi indifferenza per chi o cosa c’è intorno; quando non è più possibile dialogare, parlarsi, ascoltarsi e quando le ore al dispositivo diventano di gran lunga maggiori rispetto a tutto il resto; quando gli interessi al di fuori dello smartphone diventano pari a zero, quando non c’è più sport, non ci sono più uscite, quando c’è un’inversione sonno- veglia e quando le reazioni diventano violente quando non hanno il wi-fi. Ritengo inoltre importante ribadire che per gli infraquattordicenni – è il genitore che risponde per qualsiasi contenuto pubblicato e non è pensabile che il ragazzo possieda una password di cui il genitore non è a conoscenza. Credo fortemente che ciò che manchi nelle scuole, nelle case, sia un’educazione digitale, un dialogo su quello che accade on line".

Cosa si potrebbe fare secondo lei?
"Bisognerebbe imparare ad avere curiosità anche per i loro profili social, per i loro follower, following e non accontentarsi di avere l’app del parental control che informa su quante ore il proprio figlio ha utilizzato lo smartphone e/o quali social ha utilizzato. Non è sufficiente. E invece, sempre di più assistiamo, quando va bene, a dei limiti all’utilizzo dei dispositivi, a delle ferree regole, ad un controllo, ma (forse) non siamo ancora abituati ad entrarci con loro in quel mondo on line. Si sta diffondendo l’idea di dover contenere il mondo che navigano, limitarlo, ma non c’è un interesse a conoscere cosa esplorano".

I social influenzano il comportamento dei giovani. Questo mondo “parallelo”, dove si vive sempre connessi, e se non ci condivide qualcosa non si è nessuno, può modificare il nostro modo di essere?
In che modo?

"Credo che i social e la cultura dei “like” abbiano amplificato sempre più il mostrare più che il sentire, scattare l’immagine per poi postarla e condividerla è il bisogno impellente, godere e soffrire attraverso lo schermo, godere e soffrire attraverso le reazioni degli altri. Il parametro non è più il termometro interno, sentire le vibrazioni del corpo o lo stato emotivo, a cui ci sta sempre più disabituando (i ragazzi oggi sono sempre più incapaci di dire come si sentono perché non le sanno leggere le emozioni, oltre ad aver perso sempre più l’autocritica) il bisogno è quello di mostrare più che di sentire. E poi sui social tutto è possibile, dietro uno schermo puoi mostrarti un leone anche se sei pieno di fragilità. O al contrario pensarti fragile perché vedi tutti leoni".

Se il “mi piace” di Facebook può creare frustrazione (e depressione) gli altri social quali criticità possono avere?
"I social in generale sono creati per tenerti sempre connesso, polarizzandoti e chiudendoti in una nicchia, senza critica e senza discussione. I video e le immagini riproposte non fanno altro che confermare i tuoi interessi, le tue tendenze. Sono studiati di proposito per proporti ciò che già ti interessa. La criticità principale è che ruba il tempo, impoverisce il pensiero, la critica, il dialogo. Non allena il problem solving, compra e plasma gli interessi. Nel corso delle mie visite riscontro sempre di più e più spesso l’incapacità di pensiero, di creare associazioni, nessi causali. Di fatto senza esserne pienamente consapevoli i ragazzi passano ore ogni giorno a guardare e creare video ed è lì che il social assume il controllo della loro vita. In tal senso, ad esempio, TikTok può diventare abbastanza pericoloso perché è una piattaforma che per certi versi funziona come un gioco e non sembra esserci nulla di pericoloso".

Sono problematiche che riguardano solo i ragazzi?
"Credo sia fondamentale ribadire che questi atteggiamenti non riguardano solo i ragazzi ma anche gli adulti e anche la vita che un genitore vive, come la vive ha un profondo impatto sullo sviluppo dei figli. Forse varrebbe la pena investire più tempo ed energia prima che dopo, quando ci si trova di fronte a dei livelli di sofferenza e di disagio che sembrano insormontabili. Si dovrebbe dedicare più tempo, confronto, preparazione al ruolo di genitore che troppe volte si dà per scontato e si pensa arrivi naturale come il desiderio di avere (a volte possedere) un figlio. Se il disagio giovanile è in crescita esponenziale, qualche domanda dobbiamo urgentemente porcela".

Punta il dito contro qualcuno in particolare?
"La mia non è una accusa spietata nei confronti di ragazzi incapaci di pensare, né tantomeno un’accusa nei confronti di genitori incapaci nella gestione e nella crescita di uno sviluppo psicofisico adeguato. Quello che stiamo osservando è un disagio di cui dobbiamo occuparci tutti, famiglie, scuola, e più in generale noi, come società e insieme di cittadini".

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