Berlusconi lancia la sfida: "Nessuno mi può ricattare"

Il premier parla ai ragazzi di "Atreju": "Non temo alcuna inchiesta. Oggi il potere è nelle mani della magistratura. La manovra? Fatto un miracolo"

Berlusconi lancia la sfida: "Nessuno mi può ricattare"

Roma - Alla fine Berlusconi è raggiante. Si butta nella mischia della festa di Atreju davanti agli occhi del ministro Meloni e gioisce: «Ogni tanto c’è bisogno di una prima pagina in diretta. Fa bene al cuore e non solo a quello», dice facendo riferimento alle tonnellate di fango che gli piombano addosso quotidianamente dai media. L’abbraccio di ben 1.800 giovani e meno giovani del Pdl hanno l’effetto di un massaggio taumaturgico. Specie in un momento amaro. Tanto amaro che per alcune fonti, il premier sarebbe tentato di sfidare i giudici che martedì dovrebbero sentirlo come parte lesa sull’inchiesta Tarantini. Ossia non incontrare i pm ma, anzi, denunciare l’atteggiamento della magistratura italiana. Anche in sede internazionale. Ipotesi smentita da altri autorevoli esponenti della maggioranza e dal legale del Cavaliere, Pietro Longo: «Pura illazione. In quanto testimone è un suo dovere». In ogni caso, bandiere della Giovane Italia e applausi gli fanno bene e Berlusconi parla, rassicura i suoi tifosi, risponde a tutte le domande.

«L’Italia è davvero un Paese di m...»?, gli chiede una ragazza in riferimento alle recenti intercettazioni. «L’Italia è il più bel paese del mondo - dice -. Certo, davanti alla situazione politica e giudiziaria del Paese viene voglia di scappare, ma io resto con voi perché questo Paese va cambiato». Battimani a scroscio. Inevitabile il riferimento alle intercettazioni: «la privacy è sacra, e un Paese che non sa garantirla non è un Paese libero. Resta da combattere lo strapotere della magistratura che da ordine dello Stato si trasforma sempre più in potere indipendente da qualunque controllo. Una situazione intollerabile, da cancellare». E ancora: «Nessuno al mondo, e dico nessuno, mi può ricattare».

Gli si domanda pure cosa farà da grande e di una sua eventuale candidatura: «Se rinunciassi alla guida della coalizione per le prossime elezioni sarei giustificabile - dice raccontando ancora che molti statisti, Bush in testa, gli hanno sempre detto che il momento più felice della loro carriera è quando hanno deciso di lasciare -. E sono certissimo che gli elettori moderati prevarranno su questa sinistra dove non c’è un solo protagonista che può essere considerato degno di fare il presidente del Consiglio». Anche questa volta la platea si scalda. Chiaramente, assicura Berlusconi, un suo probabile passo indietro avverrà soltanto a fine legislatura, nel 2013. Poi lancia Alfano e Letta, «ci sono due persone che stimo sopra gli altri: uno si chiama Angelino Alfano e l’altro si chiama Gianni Letta. Il mio pensiero non recondito ma più volte dichiarato è quello di vedere prossimamente Letta presidente della Repubblica e Alfano presidente del Consiglio dei ministri».

Poi c’è spazio per un lungo racconto della genesi dell’ultima manovra: «Abbiamo fatto un miracolo che nessun tecnico al mondo sarebbe stato in grado di fare», assicura stroncando i sogni di un’opposizione desiderosa di scalzarlo. «È stata la Bce a chiedere il pareggio di bilancio per il 2013 - ribadisce il Cavaliere - suggerendo anche come fare la manovra». Poi contesta la lettura dei media di un esecutivo «senza bussola». «Mi sono trovato a dover mettere d’accordo alleati, Confindustria, sindacati, Confcommercio. Non è stato facile». Torna a smentire le ruggini col ministro Tremonti: «Lotte inventate dai giornali» e anticipa che sulla manovra verrà messa la fiducia: «È un atto di coraggio e non di prepotenza».
Poi si toglie lo sfizio di schiaffeggiare sinistra e Cgil: «Il patriottismo invocato da tutti sulla manovra economica messo in pratica dalla sinistra e dal Pd è stato quello di fare lo sciopero generale. Hanno dato una immagine negativa del Paese, contro gli interessi del Paese». Boato. Ma non è finita qui. Berlusconi pensa già al domani: «Il governo non può che sperare di portare avanti le riforme che cambino il Paese». «Quali sono quelle che più le stanno a cuore», gli domandano. Tre grandi temi: «la riforma istituzionale, quella della giustizia e quella fiscale». La mannaia sul fisco: «Abbiamo una selva di leggi, dobbiamo semplificare». Ancora un riferimento a un governo tecnico che «non avrebbe l’autorevolezza politica e personale che ho io». Sulla riforma istituzionale auspica «più poteri al premier».

Quanto alle pensioni, stuzzicato dal ministro Meloni, il Cavaliere fa riferimento alle modifiche apportate in questi anni dalla maggioranza e all’Europa: «Ogni volta che un governo intende aumentare l’età per la pensione si scontentano gli elettori. Quindi è molto difficile per un Paese aumentare l’età. Se l’Europa lo facesse e imponesse come obbligo a tutti i Paesi l’aumento dell’età, il governo può dire “ce lo impone l’Europa”. Ma l’Europa non ha intenzione di farlo».
Non ultimo un aneddoto legato al vertice di Parigi con cui si decise l’intervento militare in Libia: «pensai di dovermi dimettere per essere fedele ai miei rapporti di amicizia con Gheddafi». Poi se ne va tra gli applausi.

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