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Bersani, "homo sovieticus" che si maschera da Vasco

Il fedelissimo di D’Alema rifiuta il «ma-anchismo», poi dice: «Il Pci? Non lo rifarò ma servono radici. Di Pietro? C’è concordia e discordia»

Bersani, "homo sovieticus" che si maschera da Vasco

Il secondo «conosce la fame e la tranquillità. Ogni volta che muore gli rinasce la coda». E ogni volta che smette di fare il ministro, Pierluigi Bersani ricompare come il calcare. Lui, flemmatica icona di un’Emilia strutturata tra comitati e trattorie, non alza mai la voce. Il sigaro sagace e la rotondità veneranda della stempiatura gli regalano un’immagine da robusto sacrestano socialista. E armato di questo physique du rôle, il Porthos emiliano tutto onore e concretezza mira a riportare il Pd sui binari di Peppone e Togliatti, della falce e del partito.
Già, il partito. Nominato 50 volte nella sua mozione. Lui che rimprovera a Berlusconi di non parlare mai di «futuro». Adinolfi lo ha già inquadrato: «Con lui sarà un partito-chiesa». Enrico Letta invece lo santifica: «Farà una rivoluzione copernicana». Lui, che tra l’aria grigia e l’anima rossa sembra la maglia della Cremonese, l’unica rivoluzione che sembra in grado di fare è quella di togliere la mortadella prodiana dalla tavola democratica per sostituirla con la coppa piacentina delle sue parti.
Si scherza, ma mica tanto. «Più feste e meno comunicazione», ha tuonato, «mi rifarò alle radici territoriali». Un bel passo avanti: non ci aveva pensato ancora nessuno alle tessere e alla Festa dell’Unità. Ma a chi gli rimprovera di essere un cultore del passato, Bersani risponde secco: «Non rifarò il Pci, ma voglio un partito che sia come l’Avis e la bocciofila, con delle regole». Altro che yes, we can. Boccia-punto, sangue e sezioni, tovarish. E provate a dare torto al sociologo Diotallevi che ascoltandolo ha pensato di essere tornato nel 1966 e ha chiesto l’ultimo Lp di Gigliola Cinquetti...
Certo, se ti sostengono D’Alema, Ciampi, Penati e Bassolino mica puoi inventarti un partito frizzante come il Bacardi Breezer. Meglio un gutturnio severo. «Non saremo un’idrovora che raccoglie tutto, io al “ma-anche” non ci sto». Oh, finalmente uno duro e puro, pensi. E poi leggi che «con Di Pietro c’è concordia e discordia» e ti cascano le tessere. E la lotta al veltronismo che ha fatto replicare all’ex sindaco di Roma che «Bersani mica viene da Marte»? Quisquilie, datemi un piano quinquennale e vi risolleverò il Pd. Con la forza della politica popolare e con qualche filo tenuto in mano da D’Alema. Ma sia chiaro, «non sono il suo burattino». Ho detto bene, Massimo?
Sia o no Baffino il suo ventriloquo, Bersani è ottimista. Così come era convinto che «il Pd alle europee recupererà parecchi punti». Di sutura, forse. Dopo il trionfo, Pierluigi vuole spedire a quel paese (basta che il paese non sia in Emilia) tutti i teodem, i margheritini, i baciabancone centristi. Gente che ascolta quel ciellino di Claudio Chieffo, mentre lui punta la campagna e il logo su Vasco Rossi e sul suo verso «un senso a questa storia». E pazienza se la canzone continua con un impietoso «anche se questa storia un senso non ce l’ha». Gran bella scelta musicale, involontariamente autoironica. Ma Bersani è comunque l’homo (sovieticus) novus, quello giusto. D’altronde «io fui il primo a usare l’acronimo Pd nel ’94 per il Progetto democratico», rivendica. Questi sì che sono meriti oggettivi. Per fortuna non si è candidato alla segreteria quello che ha coniato la targa di Padova...

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