Paolo Scotti
da Roma
Chi ricorda chi sia Umberto Boccioni, alzi la mano. Inutile negarlo: dedicare una fiction (genere popolare per definizione) a un pittore che popolare sarà - forse - solo fra certi freschi laureati in storia dellarte, è segno di coraggio. E va a tutto merito della Rai aver avuto il coraggio di varare una fiction come I colori della gioventù, in onda domani in prima serata su Raiuno. E per almeno due buoni motivi. Perché Boccioni appartiene ad una scuola elitaria e sottovalutata come quella futurista; «ma la Rai è servizio pubblico - ribatte il direttore di Raifiction, Saccà - e raccontare una storia come questa era nostro dovere». E perché il futurismo è stato a lungo tenuto in quarantena, giacché ritenuto contiguo al coevo fascismo e, per questo, moralmente compromesso.
Il tormento, lesaltazione, i colori e i furori della breve vita di Umberto Boccioni (Andrea Di Stefano), dunque: appena otto anni - dallincontro col teorico del movimento, Filippo Tommaso Marinetti (Emilio Bonucci) alla prematura morte avvenuta, ironia della sorte, sotto a un treno - che I colori della gioventù segue passo passo. «Con solo qualche piccola libertà narrativa - avverte Saccà - come nellinvenzione del personaggio di Lorenza (Christiane Filangeri), che riassume in sé tutte le donne muse e amanti dellartista». E con unaltra piccola forzatura, in ossequio ad un mutato sentire comune: «affascinato dal mito della guerra, intesa dai futuristi come suprema igiene del mondo, anche Boccioni partirà entusiasta per il fronte, allo scoppio del primo conflitto mondiale - racconta il regista del film, Gianluigi Calderone - ma davanti al sangue e allorrore dellimmane carneficina rivedrà le sue convinzioni». «Ravvedimento» non avvenuto, nella realtà, se non in forma assai più vaga, ma evidentemente necessario a rendere accettabile il personaggio oggi.
«Perché raccontare i futuristi? Per continuare a proporre storie che recuperino la memoria, anche culturale, del nostro Paese - spiega Saccà -. Certo: raccontare un pittore non è mai facile. Ma proprio in questi giorni stiamo concludendo le riprese di un progetto analogo: il Caravaggio interpretato da Alessio Boni». E il rischio dessere accusati - come già accaduto per altre «riconsiderazioni» di figure del Ventennio, come Edda Ciano - di revisionismo storico? «Un sano revisionismo è alla base di ogni scienza - replica Giordano Bruno Guerri, uno degli sceneggiatori -. Se ad esempio nella medicina ci si accontentasse dei risultati già ottenuti, si continuerebbe a morire di appendicite».
Boccioni, la Rai gioca la carta futurista
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