Domani alle ore 18, alla Galleria San Fedele (via Hoepli 3A), torna in scena "Qualcosa ci sta sognando", il body-talk di Manuela Gandini che, dopo quattro anni di tournée italiana e una tappa a Sarajevo, approda a una versione rinnovata e ancora più incisiva. Il progetto proseguirà anche in un ex campo di concentramento tedesco, scelta che ne amplifica la densità etica e simbolica, trasformando la performance in un atto di attraversamento della memoria europea. Giornalista, critica d'arte militante, docente alla NABA e performer, Gandini conferma la propria natura poliedrica costruendo un format ibrido e originale: una lezione/azione che intreccia pensiero critico, presenza scenica e tensione rituale. In novanta minuti parola, immagini e suono con le musiche e il sound design di Brando Barbieri danno vita a un'esperienza immersiva che conduce lo spettatore nella "dark zone" del Novecento, tra estetica del Terzo Reich, avanguardie storiche e pratiche artistiche contemporanee. Fulcro del monologo sono due figure incarnate dall'artista: Eva Braun e Lee Miller, polarità di schiavitù e libertà, adesione e testimonianza. Attraverso di loro si snoda un'indagine serrata sul linguaggio come strumento di costruzione dell'immaginario e di manipolazione ideologica, da Joseph Goebbels alle nuove liturgie mediatiche. Il percorso dialoga con artisti come Man Ray, Fabio Mauri e Marina Abramovic, evocando un controcanto visivo capace di incrinare i simboli del potere. Il Novecento evocato da Gandini è una camera oscura in cui affiorano Auschwitz, il fungo atomico, i Balcani, la cannibalizzazione delle immagini. Ma è anche il luogo in cui l'arte tenta di smontare le mitologie del dominio e di aprire visioni alternative all'antropocentrismo.
Non una conferenza, bensì una scrittura critica incarnata, un processo di conoscenza che mette in gioco corpo e pensiero. La domanda che resta sospesa è urgente: ci siamo davvero liberati delle icone più truci della storia o le vediamo riemergere, sotto nuove forme, nel nostro presente?