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Le nuove regole del rischio

Ciò che ieri era ritenuto improbabile oggi diventa possibile. E ciò che diventa possibile, inevitabilmente, deve essere prezzato

Le nuove regole del rischio
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Non tutte le rotture della storia arrivano con il rumore delle bombe a grappolo o il crollo immediato dei listini. Alcune si manifestano in sordina, come una variazione poco percettibile della pressione atmosferica, e solo dopo si capisce che l'aria è cambiata. Il blitz venezuelano appartiene a questa categoria. Non è un incidente. Non è un eccesso. È una frattura strutturale dell'ordine globale. Una di quelle che non producono subito terremoti visibili, ma che spostano le fondamenta su cui poggiano politica, finanza e mercati.

Con l'azione rivendicata dagli Stati Uniti contro un capo di Stato straniero, Washington ha attraversato una soglia che per anni era rimasta implicita. La forza c'era sempre stata, ma veniva schermata dal linguaggio del multilateralismo, dalle procedure, dalle risoluzioni, dal rito diplomatico; in passato persino dalle infiltrazioni destabilizzanti delle agenzie e dai conflitti per procura. Oggi quella liturgia è caduta. E quando cade una finzione, i mercati sono sempre i primi ad accorgersene.

Un presidente americano in carica rivendica un intervento diretto, cinetico, fuori da una guerra formalmente dichiarata, senza mandato internazionale, con un obiettivo politico esplicito: la rimozione di un regime. Che quel regime meritasse di cadere è quasi secondario. È la modalità con la quale è stato abbattuto che cambia tutto. Perché non siamo di fronte a una semplice novità diplomatica, ma a un precedente sistemico. E i precedenti, in finanza come in geopolitica, contano più delle rassicurazioni.

In altre parole, non si riscrive soltanto il dossier Venezuela. Secondo l'economista Gianclaudio Torlizzi, si riscrive il manuale del rischio globale. Ciò che ieri era ritenuto improbabile oggi diventa possibile. E ciò che diventa possibile, inevitabilmente, deve essere prezzato. Il messaggio è netto, quasi brutale: quando l'interesse strategico lo richiede, gli Stati Uniti agiscono da egemone sovrano. Le istituzioni diventano opzionali, il diritto internazionale elastico, la deterrenza immediata. Non più sanzioni diluite nel tempo, non più negoziati infiniti. Azioni rapide, chirurgiche, definitive. Il ritorno della decisione concentrata, senza mediazioni.

Per Iran, Russia, Corea del Nord e per l'intero universo BRICS che da anni coltiva l'idea di un mondo post-dollaro, il segnale è chiarissimo. La distanza geografica non è più una protezione. L'ambiguità strategica americana è finita. E quando finisce l'ambiguità, aumenta la volatilità. Non solo militare, ma finanziaria, valutaria, politica.

In America Latina l'effetto sarà profondo. Ogni governo dovrà ricalcolare le proprie certezze: sicurezza, stabilità politica, esposizione finanziaria, dipendenza dal dollaro. L'autoritarismo non è più uno scudo. Diventa un moltiplicatore di rischio. E il rischio, nei mercati, ha sempre un prezzo. Prima o poi.

Le Borse lo sanno. E infatti non temono tanto l'evento in sé, quanto il precedente che introduce. Energia, valute emergenti, debito sovrano entrano in una fase di riprezzamento che non sarà lineare né indolore. Il Venezuela smette di essere un'anomalia esotica e diventa una variabile geopolitica attiva, replicabile. In questo contesto il tema monetario torna centrale. La contrapposizione tra petrodollaro e petroyuan esce finalmente dal dibattito accademico e si confronta con la realtà del potere. Perché una valuta non vive di sola fiducia, ma dell'ombrello geopolitico che la protegge. E quando quell'ombrello si muove, anche le certezze monetarie iniziano a scricchiolare.

Nel sottosuolo dei mercati cresce una domanda silenziosa, ma decisiva: se una sovranità può essere rimossa unilateralmente, cosa è davvero risk free? Oro, asset reali, strumenti non sovrani non reagiscono sempre subito nei prezzi, ma accumulano significato prima ancora che valore. È lì che si prepara il prossimo ciclo.

Il vero cambiamento, tuttavia, non è solo politico o finanziario. È temporale. Il rischio si comprime. I mercati non devono più prezzare solo gli scenari, ma la velocità delle decisioni americane; e probabilmente di quelle cinesi domani. Il tempo diventa la variabile critica. Chi decide prima, vince. Chi aspetta conferme, perde.

Non

siamo di fronte a un'escalation. Siamo di fronte a un cambio di fase. La storia accelera. E chi continuerà a leggerla con le categorie di ieri rischia di pagarne il costo domani. Non nei libri, ma direttamente sui mercati.

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