Il buon senso non può andare in prescrizione

In fondo tutto il dibattito sulla giustizia e sulla riforma della prescrizione di questi giorni è contenuto in un libro molto interessante che val la pena rileggere: La tua giustizia non è la mia

Il buon senso non può andare in prescrizione

In fondo tutto il dibattito sulla giustizia e sulla riforma della prescrizione di questi giorni è contenuto in un libro molto interessante che val la pena rileggere: La tua giustizia non è la mia (Longanesi). È il dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo. L'alfiere dei giustizialisti, Piercamillo Davigo, e Gherardo Colombo, uno dei magistrati più liberal in circolazione. È inutile dirvi che per un garantista, per chi crede che un cittadino sia innocente fino a prova contraria e non finché non dimostra la propria innocenza, la posizione di Colombo è musica. Ma anche qualcosa di più: la dimostrazione di come i nostri magistrati abbiano davvero approcci diversi nell'amministrazione della giustizia.

Il libro si compone di diversi capitoli. I punti di vista dei due sono diametralmente diversi, dallo scopo della pena all'ergastolo, dalla custodia cautelare all'amnistia, dalle intercettazioni al rispetto della privacy. Ma oggi il capitolo che val più la pena leggere è quello sulla prescrizione. Uno dei temi caldi di questo governo. Sul piatto la riforma dell'ex ministro Alfonso Bonafede, che di fatto la blocca dopo il primo grado. Davigo ne può essere, anche se tecnicamente ciò non è esatto, il buon padre ispiratore. Basta leggere che cosa scrive. «Bisognerebbe fare come negli altri paesi civili, dove, con l'esercizio dell'azione penale, non decorre più la prescrizione. Succede anche nell'ordinamento italiano, ma solo nel processo civile». Davigo va avanti e racconta dell'incredulità dei suoi colleghi esteri nel capire cosa avvenga in Italia e la presunta assurdità del nostro sistema di prescrizione. Colombo risponde a tono e cambia punto di osservazione. Parte proprio dalla giustizia civile, quella dove la prescrizione, una volta che è cominciato il processo, non decorre più. «La verità - concorda Colombo - è che nel settore civile una volta esercitata l'azione, la causa non si prescrive più, ma in un sistema così organizzato c'è il rischio concreto che le persone muoiano prima di veder riconosciuto un loro diritto. Ma anche nel penale sarebbe lo stesso».

Colombo ricorda la sua esperienza in Cassazione, dove ci si affrettava a chiudere le cause proprio per evitare la mannaia della prescrizione, che se non ci fosse stata avrebbe allungato la vita del procedimento. E aggiunge: se in penale si applicasse lo stesso sistema del civile, temo che anche lì i processi non finirebbero mai. Quindi bisogna fare i conti con il fatto che è ingiusto che la condanna sia eseguita decenni dopo che è stato commesso il reato. Il vero problema non è la prescrizione, ma la durata dei processi.

Si confrontano non soltanto due approcci diversi alla giustizia, ma al sano pragmatismo di Colombo si contrappone il fervore ideologico di Davigo. Ai politici che in queste ore devono decidere che cosa fare della riforma della giustizia, converrebbe ridare uno sguardo a questa contrapposizione e cercare di capire non come la macchina della giustizia dovrebbe funzionare, ma come realtà funziona.

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