In una grande città ungherese contemporanea vive András Papp, entomologo presso il Museo di Scienze naturali, uomo solitario e segnato da una deformità fisica per cui è senza collo e ha una vistosa gobba sulla schiena fin dall'infanzia; che peraltro è stata felicissima, poiché è stato cresciuto dai nonni ed è nel grande prato lungo le rive del Danubio dove giocava ogni giorno che ha scoperto la sua passione per gli insetti. Non possiamo non amare Papp, poiché "il suo rapporto con le farfalle era basato sull'ammirazione e l'amore, quello con i bruchi sull'amore e l'ammirazione, eppure ogni volta che gli veniva chiesto perché avesse scelto di dedicarsi proprio alle uova, ai bruchi, alle crisalidi e alle farfalle lui rispondeva sempre, e sempre usando le stesse parole, che si tratta di insetti che non pizzicano, non pungono, non mordono".
Insomma, come tutti noi, Papp si nasconde, e non possiamo che sentirci subito vicini a lui, e inteneriti. E lo comprendiamo, quando è un po' sorpreso da quello scrittore di nome László e dal cognome irripetibile (una volta, lo scrittore medesimo ha provato a insegnare a pronunciarlo alla presentatrice del National Book Award ed è finita malissimo, quando effettivamente ha vinto ed è stato chiamato sul palco...), che lo va a trovare al Museo e gli tiene un lungo discorso intorcigliato come certi suoi romanzi, per arrivare a dire che, alla soglia dei settantuno anni, proprio non si spiega che cosa ci affanniamo tanto a vivere e sopravvivere, tutti quanti, su questa Terra, e perché, e gira la grande questione proprio a lui, al povero Papp... Il quale, non sapendo che pesci pigliare, come avremmo fatto tutti, si rifugia nella propria zona di comfort: tira fuori un cassetto di lepidotteri appena collezionati, e li mostra orgoglioso a László.
È quindi in una Budapest un po' sospesa nel tempo del sogno che si aggirano questo ometto mostruoso e di una bontà radicale, quasi inadatta al mondo, e László Krasznahorkai, nel primo romanzo pubblicato da quando ha vinto il Nobel per la Letteratura, lo scorso anno: La sicurezza della nazione ungherese, come sempre edito da Bompiani e tradotto da Dóra Várnai. Il libro, esile per gli standard di Krasznahorkai, è pieno di umorismo e anche di autoironia, visto che uno dei personaggi presi di mira è proprio lo scrittore suo omonimo, che si rivela, fra l'altro, truffaldino nelle intenzioni verso l'ingenuo Papp. Ma è anche una specie di pamphlet letterario/esistenziale, in cui Krasznahorkai non solo parla della propria concezione dell'arte e della scrittura ma ci porta anche nei meandri della propria indagine sulla vita, da Eraclito a Schrödinger, passando per il nichilismo, la genetica e il silenzio, e anche la forfora che gli cade dalla manica, quando si accalora nei suoi discorsi. Perché ogni dettaglio conta, della lingua-fiume di Krasznahorkai e della realtà, ovvero "non esisteva alcuna cosa così piccola e apparentemente insignificante da poter essere omessa dall'elenco dei personaggi dello spettacolo universale quando si fa l'appello".
Per esempio piccola come una farfalla, eterea e fiabesca: l'opposto di un essere deforme come Papp, che eppure si ostina a rincorrerle e certo, è ovvio, come tutti noi, che tuttavia inseguiamo vanamente la fantasia di volare leggeri, fino alla fine, e anche oltre, come se la grande domanda fosse la polverina magica che ci trasporta nell'aria dell'esistenza.