Cagli (Santa Cecilia): ben vengano i «correttivi» ma nel rispetto della musica

Il sovrintendente dell'ente musical parla del decreto di riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche: va bene una gestione più controllata ma dateci almeno gli arretrati che ci spettano, altrimenti i debiti ci strozzano

Il nulla di fatto nella riunione di giovedì tra governo e enti musicali lascia in sospeso il futuro delle fondazioni liriche. A Roma la protesta degli orchestrali di Santa Cecilia è servita a marcare il disappunto dei musicisti romani, in linea con quanto espresso dai loro colleghi di Milano, Firenze e delle altre città sedi di istituzioni musicali parimenti prestigiose e importanti. A Roma si continua a sperare di trovare un punto di incontro nelle posizioni, in modo da poter rimettere proficuamente mano a quel decreto che il presidente della Repubblica ha rinviato a Palazzo Chigi. Ed è lo stesso sovrintendente Bruno Cagli a confessare di essere ottimista. «L'importante - spiega il sovrintendente - è che prevalga il buonsenso». «Serve senza dubbio una riforma delle Fondazioni. Ma una cosa è la riforma, altro sono i tagli - prosegue Cagli, sempre a proposito del decreto di riforma delle Fondazioni lirico-sinfoniche promulgato il 30 aprile scorso. Dopo l'incontro infruttuoso tra il ministro per i Beni e le attività Culturali, Sandro Bondi, e i sindacati del settore, Cagli si aspetta «una pausa di riflessione. Dobbiamo sederci tutti attorno a un tavolo e cercare di capire come affrontare la riforma delle Fondazioni». «Non sono i tagli che devono interessarci - sostiene - ma il modo per utilizzare al meglio un importante patrimonio come la musica». L'obbiettivo è quello di attivare un processo di razionalizzazione nelle Fondazioni che eviti gli sprechi e, secondo Cagli, «Santa Cecilia l'ha già attivato: la biglietteria funziona bene nonostante la crisi, segno che il pubblico ci apprezza, e tra ricavi dei biglietti e sponsor privati riusciamo a coprire il 50% dei costi». «Per questo - dice il sovrintendente - visto che ci dicono "bravi" e "virtuosi", dovrebbero riconoscerci quell'autonomia che, d'altra parte, l'Accademia ha già. Noi siamo i soli ad avere la peculiarità di essere governati dai musicisti per statuto (l'Assemblea degli Accademici, ndr), con tutti i controlli possibili e immaginabili che ci vengono fatti. E sono ben contento che si facciano, perché non credo di essere capace da solo di curare bene sia l'aspetto finanziario che quello artistico della gestione. Qualcosa può sempre sfuggire». «Però - aggiunge Cagli - chiedo agli enti pubblici che ci finanziano, e non mi riferisco necessariamente allo Stato, di darci i soldi che ci devono dare perché a causa dei ritardi nei finanziamenti siamo costretti a pagare costosi interessi bancari». Quanto alle agitazioni di questi giorni che hanno fatto saltare spettacoli in tutte le Fondazioni liriche italiane e che non hanno risparmiato neppure Santa Cecilia, Cagli è lapidario: «A mali estremi, rimedi estremi. Ma i nostri professori di orchestra e di coro non sono rimasti a casa, ma hanno lavorato ugualmente, suonando sui gradini dell'Auditorium e dimostrando al pubblico di avere il senso del loro mestiere, che è un mestiere alto».
Per questo, spiega Cagli, «mi auguro che nei prossimi giorni tra le varie parti chiamate in causa a rivedere il decreto, prevalgano la collaborazione e il buon senso. Ben vengano tutti i correttivi, ma con rispetto per la musica, immenso patrimonio dell'Italia, che i politici hanno il dovere di seguire. E che non dicano che la musica è inutile perché una simile affermazione non si può accettare».

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