Se Max Allegri finisce in politica. È successo anche questo all'alba della stagione che segna il suo ritorno sulla panchina del Milan grazie al volumetto di Giuseppe Alberto Falci, collega del Corsera, dal titolo «A corto muso» presentato ieri sera a Milano con l'intervento di Adriano Galliani, senatore di Forza Italia e colonna portante del magnifico ciclo berlusconiano e la presenza di Alberto Barachini, sottosegretario all'editoria. La scoperta, in qualche modo sconvolgente, è l'esito di un sondaggio sulla popolarità del tecnico livornese: il 36% appena
sotto quello della premier Giorgia Meloni nonostante la presenza massiccia - distribuite tra le tifoserie di Juventus (passato) e Milan (presente) - degli «antiMax», alcuni dei quali hanno fatto carriera scegliendo appunto Allegri come nemico pubblico numero uno. Classificarlo in politica è operazione complicata: c'è chi lo considera vicino a Renzi, per la collaudata amicizia e per un inedito dettaglio («quando Berlusconi incontra Renzi sindaco ad Arcore, rompono il ghiaccio parlando proprio di calcio e di Allegri» racconta l'autore) oppure chi, come Italo Cucci, lo classifica «anarchico di destra». Di sicuro, come racconta Galliani, Max è diventato molto berlusconiano fin dal primo incontro «quando capii che poteva diventare lui l'erede di Ancelotti».
Chiuso il capitolo politico, si apre quello calcistico con Galliani che rievoca le telefonate per chiedere di «cedere Ronaldinho che arrivava tardi agli allenamenti» e segnala la capacità di «vincere al primo anno», da Sassuolo (campionato di C) «fino al Milan e poi alla Juventus».
Decisivo fu il primo incontro con Berlusconi ad Arcore: «Lo istruii per bene sulle cose da dire e quelle su cui sorvolare. Alla fine Silvio mi chiamò in disparte e mi disse: va bene, prendiamolo. E con Max nei 4 anni arrivò sempre la qualificazione Champions».