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“Lo compra la Juve”. E i tifosi del Toro sabotano le fabbriche Fiat

Nel 1967 una farfalla riuscì a interrompere le linee di produzione del colosso piemontese: la possibile vendita di Gigi Meroni mandò in subbuglio la piazza granata

“Lo compra la Juve”. E i tifosi del Toro sabotano le fabbriche Fiat
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Non se ne parla. Proprio no. Sono inferociti: prima si radunano in un manipolo, poi diventano centinaia. Quindi migliaia. Indossano maglie di colore granata e schiumano rabbia. Si opporranno in ogni modo a quello che sta per succedere, perché non è contemplabile che il loro idolo passi alla rivale cittadina.

Oggi che il derby della mole chiude l’ultima giornata di campionato, dissertare della rivalità tra Torino e Juventus significa anche riesumare episodi che hanno squassato la storia del paese: non solo quella sportiva. Anche quella sociale e politica.

È il 1967. L'estate torinese è un miscuglio di voci di mercato. Gigi Meroni - la stella dei granata - occupa l’apice della sua carriera, e in città circolano insistentemente le indiscrezioni di un suo passaggio alla Juventus. Sul piatto, settecentocinquanta milioni di vecchie lire — una cifra astronomica per l'epoca. Gianni Agnelli vuole la farfalla granata. La vuole davvero.

Meroni però non è semplicemente un calciatore. È un fenomeno culturale ante litteram, un uomo che anticipa di un decennio l'estetica della trasgressione gentile. Nato a Como nel 1943, arrivato al Torino nel 1964 per trecento milioni di lire — già allora una cifra record —, ha trasformato il suo personaggio in leggenda. Veste in modo eccentrico, si ferma per strada a intervistare i passanti chiedendo loro cosa pensino del calciatore Gigi Meroni, senza rivelare di essere lui. Custodisce nel suo illuminato repertorio serpentine che storidiscono, una visione anticipatrice del gioco, cumuli di fantasia che zampillano generosi. I tifosi granata lo adorano con la forza totalizzante di chi riconosce in un uomo non solo un campione, ma un simbolo.

E allora, quando la notizia del possibile trasferimento alla Juventus trapela, Torino non sta ferma. Si scatenano vere e proprie rivolte collettive: capannelli in piazza, scritte sui muri, tensioni che le forze dell’ordine faticano a domare. Ma è nelle officine che la storia si fa davvero epica.

La manodopera di fede granata nelle linee di montaggio della Fiat — la stessa azienda di proprietà della famiglia Agnelli — arriva a sabotare le automobili in produzione. Le macchine escono rigate, con pezzi mancanti, con volantini sul cruscotto che intimano agli Agnelli di togliere le mani dal Torino. Siamo nei giorni del lancio della Fiat 128, e quasi il quaranta per cento della produzione rischia di venire a mancare.

Non è una protesta. È una dichiarazione di sovranità. Gli operai granata non separano la fabbrica dallo stadio, il lavoro dall'appartenenza. Il messaggio all'Avvocato, recapitato con una chiarezza brutale, è: fin qui e non oltre.

La pressione convince il presidente del Torino Orfeo Pianelli — spaventato anche da minacce tutt'altro che velate — a rinunciare ai proventi della cessione. Meroni resta granata. Per un'ultima, disgraziata stagione.


La sera del 15 ottobre 1967, dopo un 4-2 alla Sampdoria, Meroni attraversa Corso Umberto con il compagno Fabrizio Poletti. Una Fiat 124 Coupé lo investe e lo trascina per decine di metri sull'asfalto.

La farfalla granata muore qualche ora dopo, a ventiquattro anni. La tragedia è nella perfezione crudele del dettaglio: anche quella macchina è una Fiat. Come se il destino avesse voluto chiudere il cerchio con una certa dose di ironia nera.

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