Il sole di settembre picchia sulle gradinate del Comunale di Torino con la ferocia di un’estate che rifiuta di abdicare. È domenica, la prima giornata di un campionato che profuma di anni Sessanta, di brillantina e di speranze industriali. La Juventus di Heriberto Herrera, il "Ginnasiarca" del movimiento - quello che fatica perché deve distinguersi dal più celebre Helenio (e allora lo battezzano HH2) - riceve il Foggia, nobile provinciale che si affaccia alla massima serie con l’orgoglio dei pionieri. Il campo è un rettangolo di polvere e sudore e il calcio, distante anni luce da Var e polemicuzze annesse da studio televisivo, si gioca ancora con una certa solennità liturgica.
Ma al minuto sessantuno la liturgia si spezza.
Giuseppe Moschioni, il guardiano dei pali pugliesi, crolla a terra. Non è il solito siparietto per guadagnare secondi preziosi; il dolore è autentico, sordo, definitivo. Fino a pochi mesi prima, questo infortunio avrebbe significato una condanna: il Foggia avrebbe dovuto finire la gara in dieci, o magari sacrificare un mediano tra i pali, trasformando la partita in una resistenza disperata. Il calcio, fino a quel momento, è uno sport che non ammette sostituzioni, una prova di resistenza dove chi cade lascia il buco.
Ma il 1965 è l’anno della metamorfosi. La Federcalcio, con una decisione che molti puristi accolgono con sospetto, introduce la "norma del sostituto": uno solo, e soltanto per il portiere infortunato. È la fessura che apre la diga.
Dalla panchina rossonera si alza un uomo che porta con sé l’odore delle strade bianche e la fatica dei pedali. Gastone Fabio Zeffiro Ballarini, nato a Camerano, cuore delle Marche, è un atleta prestato al prato verde. Dieci anni prima correva forte, Ballarini: era il campione regionale Allievi di ciclismo, uno abituato a scalare colline di fango e roccia. Poi, la conversione al calcio, la scelta di sistemarsi tra i pali dopo una prima parte di vita trascorsa a pedalare.
Indossa la maglia numero dodici. Una casacca che, fino a quel pomeriggio, è rimasta piegata nelle borse di cuoio, quasi fosse un oggetto decorativo. Ballarini entra in campo e, in quel preciso istante, la storia del calcio italiano cambia pelle. Non è la Juventus dorata degli Agnelli a battezzare la novità, né l’Inter mondiale di Herrera o il Milan di Rivera. È il piccolo Foggia di Egizio Rubino a spingere il calcio verso il futuro.
Il ritmo della partita accelera. Ballarini si piazza tra i legni con la solidità di chi sa cosa significhi la parola sacrificio. La Juventus spinge, cerca il varco, ma quel portiere che viene dal ciclismo para col cuore e con la tecnica del gregario che aspetta da una vita il suo turno di scatto. La partita scivola via verso un 1-0 per i bianconeri (rete di Traspedini), ma il risultato è un dettaglio statistico rispetto alla portata dell'evento.
Ballarini gioca quei ventinove minuti con una concentrazione feroce. Sarà la sua unica presenza in Serie A in tutta la carriera. Una sola volta sotto i riflettori della massima ribalta, ma sufficiente per diventare il primo "dodicesimo" della storia, il pioniere di una stirpe che oggi - nell’era dei cinque cambi - ci appare scontata.
Il calcio come lo conosciamo adesso nasce in quel pomeriggio torinese. Ci mette del suo questo ex ciclista marchigiano che ha saputo farsi trovare pronto quando il destino ha trillato al campanello. Ballarini è l'uomo che ha fatto svanire il mito dell'eroe zoppo che restava in campo per onor di firma, inaugurando l'era della gestione delle risorse.
Mentre il pubblico defluisce dal Comunale, nessuno ha ancora la percezione di aver assistito a una rivoluzione, anche se tutti ne parlano. Eppure quel cambio è il primo vagito del calcio moderno. Gastone Ballarini torna negli spogliatoi in silenzio, con la dignità tipica degli umili, lasciando il segno in un libro nel quale ha saputo scrivere il primo, fondamentale, paragrafo.