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Se il tifoso diventa utente e il club un asset finanziario

È "Il Neocalcio", dove gli stadi sono terminal e si ferisce la passione. Un libro per non restare passivi

Se il tifoso diventa utente e il club un asset finanziario
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C'era una volta il calcio, col suo rito domenicale, fatto di radioline e 90esimo Minuto, gradinate in cemento e passione che era anche identità. Oggi quel mondo è diventato un reperto archeologico. Nel loro saggio, Il Neocalcio (ed. Rogas), Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò non si limitano però a firmare l'ennesimo elogio nostalgico del passato, ma tracciano la mappa di una mutazione genetica ormai compiuta. A dare peso etico al volume, la prefazione di Walter Casagrande, da sempre voce fuori dal coro (padre con Socrates della Democrazia Corinthiana). L'ex attaccante anche di Torino e Ascoli rivendica la natura umana e sociale del football, ponendosi come baluardo romantico contro la deriva analizzata nel testo.

Il cuore del libro è la definizione di una nuova entità: il Neocalcio, appunto. Un ibrido dove il campo è diventato quasi un pretesto per la riproduzione tecnologica e finanziaria. Bartolozzi e Currò uniscono le loro sensibilità e decenni di professione in prima linea nel mondo del calcio, per spiegare come il tifoso che va allo stadio sia diventato un utente da profilare e il club trasformato in un asset all'interno di portafogli di private equity o fondi sovrani. Il risultato? Un calcio asettico, dove il sentimento è diventato un fastidio

Gli autori usano Nietzsche per spiegare il nichilismo che sta svuotando il pallone: morto il sentimento, resta il business. È il dramma di un calcio che ha ucciso i suoi ideali: storia, radici e appartenenza. Un parricidio culturale che trasforma quello che era un rito collettivo in un asettico foglio Excel, dove il tifoso non è più il fine, ma un mezzo da spremere.

Particolarmente graffiante è l'analisi dedicata ai social network, visti come i responsabili della frammentazione del rito: il calcio non si guarda più per novanta minuti, si 'consuma' per pillole, trasformando il calciatore in un influencer e la passione in un dato da monetizzare.

L'affondo si fa poi sistemico nel capitolo dedicato ai ladri del sogno, dove gli autori mettono a nudo l'abbraccio tra la grande finanza e l'affarismo senza scrupoli. Il calcio viene descritto come un terreno di conquista per fondi d'investimento speculativi e operazioni di sportwashing, in cui la logica del profitto immediato e la scalata al potere hanno ormai sostituito la programmazione sportiva.

Il passaggio più filosofico riguarda la trasformazione degli stadi in non-luoghi. Gli autori prendono in prestito la definizione di Marc Augé per descrivere le nuove arene: spazi asettici, privi di memoria, intercambiabili tra Londra o Riad o Milano, se mai ci sarà un nuovo San Siro. Se il vecchio impianto era un luogo che trasudava storia, la nuova architettura privilegia i flussi di consumatori e allora spazio a ristoranti, hotel, skybox e aree hospitality, che trasformano lo stadio in un terminal del lusso dove il pubblico popolare è spinto ai margini per far posto a un'utenza più ricca.

Quello di Bartolozzi e Currò è un testo necessario per capire come e perché il calcio ha smesso di essere un gioco per diventare un elemento nella finanza globale.

Una lettura densa che ci avverte: siamo entrati in un'era in cui l'emozione è programmata a tavolino. Un libro fondamentale per non restare spettatori passivi di una metamorfosi che riguarda tutti noi, non solo chi indossa una sciarpa allo stadio.

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