La Camera picta a Trento diventa contemporanea

Nove artisti interpretano il concetto di ambiente decorato che modifica la percezione dello spazio

La Camera picta a Trento diventa contemporanea

Ricordo che, ormai quasi 40 anni fa, il più sofisticato editore d'arte italiano, Franco Maria Ricci, mi chiese di raccontare, per la rivista FMR, i mesi affrescati nella Torre Aquila del castello del Buonconsiglio a Trento. I mesi erano stati, nei miei studi sul Romanico in Val padana (altrimenti detta Padania), quelli di Benedetto Antelami, nel Battistero a Parma, e del Maestro dei mesi, nella Cattedrale di Ferrara. Potenti e austere, e anche sofisticate, immagini scolpite nella pietra. Naturalmente, nella mia Ferrara, i mesi erano anche quelli del Salone nel Palazzo di Schifanoia; ma la bella impresa di Maestro Venceslao, alla fine del Trecento, voluta dal principe vescovo del Liechtenstein, era qualcosa di diverso: racconto, narrazione di costume, vita quotidiana, con la lenticolare attenzione ai particolari, tipica delle miniature, ma qui impaginate sui grandi spazi dei muri perimetrali della torre, con una festa di racconti di impareggiabile vivacità, al culmine del cosiddetto tardogotico o gotico internazionale.

Mi appassionai, e scrissi un lungo saggio, non ricordo se con qualche novità, oltre la travolgente fascinazione, di interpretazione critica. Sintetizza Lorenzoni: «Tutto il ciclo presenta una innegabile matrice nordica unita a riferimenti puntuali alla coeva miniatura lombarda, con una sorprendente abbondanza di osservazioni sulle fatiche agresti e sugli svaghi mondani, nonché una solida impostazione spaziale che si avvale dall'impaginazione delle scene all'interno di un loggiato dipinto, suggerito da esili colonnine che separano i riquadri dei singoli mesi. Si dispiegano davanti ai nostri occhi, nella sala che doveva servire al principe vescovo come camera segreta di svago ed evasione, sia un campionario dello stile cortese, ricco di raffinatezze e sensualità, che uno spaccato di vita quotidiana con descrizioni accuratissime delle professioni e degli strumenti, delle variazioni meteorologiche e addirittura del paesaggio, tanto da fare spesso ipotizzare che il ciclo trentino costituisca una sorta di anticipazione del capolavoro dei massimi artisti del tempo, il Libro d'Ore del duca di Berry dipinto dai Fratelli Limbourg. Non vi sono inoltre dubbi sul fatto che Maestro Venceslao potesse contare sull'incredibile abbondanza iconografica di almeno uno dei celebri Tacunia Sanitatis, vere e proprie enciclopedie ante litteram in cui le illustrazioni si concentrano sui mille aspetti della vegetazione, della fauna, dei lavori agricoli, delle stagioni nelle loro caratterizzazioni climatiche. È noto come un Tacuinum, esemplare oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Vienna, fosse nella collezione di Giorgio di Liechtenstein e pertanto a disposizione di Maestro Venceslao».

Il primo mese dell'anno, Marzo, è andato perduto in un incendio, essendo stato dipinto su una scala a chiocciola di legno coperta da una colonna semicircolare sempre in legno. È proprio questa lacuna che ha stimolato la responsabile della Galleria Civica di Trento, affluente del Mart, Margherita de Pilati, con i suoi collaboratori Gabriele Lorenzoni e Federico Mazzonelli, a chiamare e sfidare nove artisti contemporanei per integrare il mese mancante. Il risultato «è quello di una mostra (e del catalogo che ne deriva), che si propone di partire dal concetto di camera picta per arrivare, per estensione, a verificare come otto artisti, all'uopo invitati, possano agire con i mezzi linguistici dell'arte contemporanea in una maniera simile, ovvero contaminando e modificando la dimensione architettonica di uno spazio neutro, le sale della Galleria Civica di Trento», come spiega Lorenzoni.

Vedere poi come ogni artista abbia eluso, come Francesco Arena; o trasformato radicalmente, come Stefano Arienti e Andrea Mastrovito; o sminuzzato, come Federico Pietrella; o fatto deflagrare, in segmenti come proiettili, l'ambiente, come Esther Stocker; o stabilito una sinestesia musicale, come Fabrizio Perghem; o mimato liberamente l'impianto spaziale del ciclo dei mesi, come Benni Bosetto; o rovesciato il cielo e le nuvole sul pavimento, e disposto la vegetazione alle pareti, come Alessandro Piangiamore, non fa escludere che un altro artista invitato, Francesco De Grandi, si misuri letteralmente, e fedelmente, con la vasta parete vuota, per integrarla. A suo modo e nel suo stile.

Il risultato è certamente sorprendente per un principio di perfetta concordia con le altre storie, qual è la sacralità del paesaggio. Sostanzialmente, la favola bella della ragazza che si perde nel bosco, fra compiaciute cicogne, in una luce fredda da pittore romantico tedesco (e infatti siamo in uno dei punti più a nord della civiltà figurativa italiana, anche se, nel caso di De Grandi, palermitano, dovremmo dire: «più a sud»): «L'operazione filosofica che l'opera di Francesco De Grandi innesca pare proprio manifestarsi in questa evidenza: il linguaggio lo accomuna all'artista boemo autore del ciclo dei mesi, mentre il pensiero lo pone nel flusso della sperimentazione contemporanea. Quella di De Grandi è intellettualmente e tecnicamente un'opera ineccepibile: non un banale tentativo di imitazione del mese perduto, ma un viaggio warburghiano al centro della natura profonda del Ciclo dei Mesi per offrire una visione del tutto attuale» (Lorenzoni).

La natura è misteriosa e protettiva; l'intenzione di De Grandi non è di integrare il sentimento della natura di Maestro Venceslao, ma di sostituirlo con una diversa concezione più avvolgente che descrittiva, più interiore che esteriore. Usciamo da un sogno ed entriamo in un altro sogno, usciamo da un bosco ed entriamo in un altro bosco. Francesco De Grandi non tradisce né trasforma il tema, ma lo potenzia e lo intensifica. Intorno a lui, alla sua interpretazione, ad altri 11 artisti toccherà di integrare i mesi mancanti.