Cultura e Spettacoli

«Carissima famiglia...». Così scrivevano i prigionieri di guerra milanesi nel '44

Paola Chiesa ha raccolto per Mursia le lettere dei prigionieri di guerra milanesi tra il 1940 e il 1946

«Io sono fatto prigioniero dagli Inglesi. Io sto bene. L'indirizzo permanente sarà inviato più tardi». Eugenio Baioni ha 19 anni quando nel 1940 viene chiamato alle armi, non ne ha ancora compiuti 23 quando viene catturato dagli inglesi in Tunisia e il primo giugno del 1943 manda questa lettera alla famiglia. È solo uno dei 150 esempi di lettere raccolte da Paola Chiesa in occasione del 150/o anno della nascita dell'idea di Croce Rossa (1859-2009) nel volume «Carissima famiglia... La Croce Rossa e le lettere dei prigionieri di guerra milanesi 1940-1946» (Mursia). Baioni, monzese, manda un testo precompilato, uguale ad esempio a quello di Angelo Ballarati di Busnate (Milano) o a quello di Ernesto Beretta di Sesto San Giovanni (Milano). Per quanto essenziali riescono comunque tutti ad aprire uno scorcio su un patrimonio di sentimenti come quello rappresentato dalla corrispondenza da e per i campi di prigionia. Il libro di Paola Chiesa raccoglie però molte altre testimonianze. Sono anni di grande sofferenza e queste lettere si fanno ancor più commoventi quando rinviano alle condizioni dei detenuti, all'ansia delle famiglie in attesa di notizie o anche solo alle difficoltà dei contatti - lettere e notizie sui prigionieri di guerra devono molto all'impegno di un'istituzione come la Croce Rossa -. I testi sono riportati fedelmente, tutte le lettere sono riprodotte anche in immagine. La curatrice ha integrato poi ogni lettera con la biografia del prigioniero tratta dalle informazioni ufficiali contenute nel foglio matricolare, sul quale sono annotate anche le vicende del servizio di ogni militare. Un pò di tenerezza in più la fanno forse le missive sgrammaticate, perchè evocano le realtà più semplici. È il caso ad esempio dei congiunti di Aldo Noli di Camparada (Milano), classe 1920, che gli scrivono nel novembre del 1943: «Caro figlio timando le nostre notizie che noi siamo tutti bene e cosi spero simile anche da te. Senti cierca di fare il tuo dovere e non pensare per noi il padre il lavoro non cimanca e ti lascio i nostri più cordiali salutti e mille bacci della tua Gilda salutti da tutti i parenti».

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