Caso Carroll: la solidarietà non è uguale per tutti

Gualtiero Vecellio

«Non vorrei che l’indifferenza nei confronti di Jill Carroll, rapita il 7 gennaio scorso in Irak, sia dovuta al fatto che è di nazionalità americana e che lavora per un giornale statunitense che fin dal titolo rivela il suo orientamento, il Christian Science Monitor». Così, qualche giorno fa, nel corso di una conferenza stampa al Parlamento Europeo, padre Gino Cervelliera, direttore della benemerita agenzia Asia News. Di Jill Carroll pochissimo si parla, per nulla ci si occupa. Come mai, perché? Ci si comincia ad assuefare alle imprese terroristiche dei tagliagole che insanguinano l’Irak post-Saddam? Oppure, come lascia intendere padre Cervelliera, c’è, in maniera più o meno consapevole, una solidarietà selettiva?
Non c’è dubbio che l’essere, Jill Carroll, americana non costituisce, agli occhi di tanti, un buon biglietto da visita. E si vede: si tocca con mano l’indifferenza e la mancata solidarietà che in altre occasioni simili non è mancata. Colpisce che per Jill non si sia creata quella rete di mobilitazione e di solidarietà - innanzitutto i colleghi, i loro organismi e rappresentanze - che non è mancata per altri colleghi. Il lettore ricorderà le grandi mobilitazioni, gli appelli, il fiorire di iniziative, a favore dell’inviata del manifesto Giuliana Sgrena; e, sia pure in forma minore, per la giornalista del quotidiano francese Libération Florence Aubenas. Che cos’ha di meno Jill Carroll, o che cos’hanno di più Giuliana Sgrena e Florence Aubenas? Non sarebbe opportuno e necessario che anche per Jill si facesse qualcosa, non si dovrebbe mostrare analoga solidarietà e condanna nei confronti dei rapitori? Jill non è forse vittima, al pari di Giuliana e di Florence, di un qualcosa di brutale e di odioso, di inaccettabile per qualsiasi coscienza civile? E questa condanna non dovrebbe scattare «naturale», a prescindere dalla nazionalità, e indipendentemente dal giudizio che si dà sulla politica del Paese cui la giornalista appartiene?
In passato il sindaco Walter Veltroni ha illuminato il Colosseo, organizzato veglie, esposto ritratti in Campidoglio; ora basterebbe un ordine del giorno per una volta, se possibile, sottoscritto da maggioranza e opposizione, una condanna, senza «se» e senza «ma». Si chiede troppo? O, al contrario, non sarebbe forse il minimo? Jill non è - non dovrebbe essere - figlia di un dio minore, e non merita la nostra attenzione. Non sarebbe bello se in questa occasione Roma riuscisse a dare una lezione e un’indicazione di solidarietà ai tanti silenti e indifferenti?