A volte è bene cercare un antidoto. Soprattutto quando si vede la vittima subire un avvelenamento lento, costante e difficile da percepire. È quello di cui va a caccia - tra gli alambicchi del razionale e del liberale - per ammannirlo in favore di lettore, Claudio Cerasa, giornalista e direttore de Il Foglio, nel suo, nomen omen, L'antidoto che esce oggi per i tipi della Silvio Berlusconi Editore (pagg. 228, euro 19).
Da cosa cerca di mettere in guardia Cerasa?
Lo spiega in apertura di volume senza giri di parole o cospargere i concetti con troppo oraziano "mellis dulci flavoque liquore". Lasciando la parola all'autore: "Le pagine che troverete qui di seguito non sono per tutti. Sono scritte per dare una casa, una dignità, un futuro ed un pizzico di buon umore a tutti coloro che quando si guardano attorno si chiedono: ma davvero è tutto così come ci dicono, ma davvero il mondo è un disastro come ci raccontano, ma davvero il futuro è così terribile come lo descrivono, ma davvero stiamo andando tutti a picco?".
La risposta ovviamente è no secondo Cerasa e quello che serve a tutti, ma soprattutto all'Occidente è il coraggio di fare i conti col mondo che c'è armati di un certo tipo di ottimismo.
Il tipo di ottimismo che predicava il premio Nobel per l'economia Paul Romer, ovvero l'ottimismo condizionato. Che è cosa ben diversa dall'ottimismo compiacente. L'ottimismo compiacente è passivo: "andrà tutto bene comunque". L'ottimismo condizionato spinge al fare: "andrà tutto bene se faremo le scelte giuste".
È verso questo secondo che spinge L'antitodo. Smontando le narrazioni catastrofiste a cui siamo sottoposti, a partire da quelle di un certo ecologismo che annuncia di continuo l'apocalisse prossima ventura. Nel saggio, che è polemico il giusto, senza scivolare nella panflettistica, vengono snocciolati in abbondanza anche numeri e dati per sgretolare il mito dell'imminente Ragnarök della modernità. Giusto per ribadire quel vecchio e sano principio del giornalismo che le opinioni fanno vendere ma non dovrebbero mai essere in contrasto con i fatti. Eccone alcuni tra quelli disseminati nel testo. Nel 1931, gli eventi climatici estremi uccidevano quasi 500mila persone all'anno. Nel 2024 meno di 40mila. Il tasso globale di mortalità materna è calato del 34% dal 2000 al 2020. Nel 1981 il 42 per cento della popolazione mondiale viveva in povertà estrema. Oggi meno del 9 per cento. Nel 1950 solo il 44 per cento della popolazione mondiale sapeva leggere e scrivere. Nel 2020 era l'86 per cento. Non basta per fare una scommessa sull'ottimismo e sulle buone prospettive delle democrazie occidentali, che in questo percorso sono state un modello? Cerasa in questo caso suggerisce di fidarsi dei mercati. "Solo nel 2024, la capitalizzazione globale ha toccato i 110 trilioni di dollari, più dell'intero Pil mondiale. È un'anomalia? Forse. Ma è anche una smentita vivente al teorema della decadenza. Chi investe non è miope. È solo meno suggestionabile. I mercati non negano l'instabilità: la metabolizzano".
Ma allora perché, nonostante queste evidenze moltissime persone sono vittime dei populismi, dei terrori ecologici, dell'irrazionalità sui vaccini, della propaganda woke, della fobia verso la tecnica a partire dall'intelligenza artificiale? Il ragionamento è lungo e il libro lo sviscera nel dettaglio muovendosi tra la sociologia, la politica e il giornalismo. Un bel pezzo di responsabilità infatti è anche di chi, come lo scrivente, fa il giornalista. Un certo tipo di notizia che fa sensazione piace più di quella che semplicemente informa.
Se poi si passa all'ambito social saltano tutti gli schemi e prevalgono quegli spiriti animali che davano il terrore a John Maynard Keynes persino in tempi in cui tutto andava molto più lentamente.Riuscirà Cerasa, che nel testo cita anche una robusta bibliografia liberale, nella sfida di diffondere un ragionevole ottimismo? Con un pizzico di ottimismo si potrebbe tifare per lui.