Poiché elude tutte le regole del giornalismo, la stroncatura è il metro più adatto per misurare lo stato di salute del giornalismo. Se la deontologia professionale impone "linguaggio rispettoso", "decoroso", "essenzialità", lo stroncatore è irrispettoso quando non irriverente, esagerato più che essenziale, indecoroso, spesso indecente, di certo indegno della propria professione. La stroncatura è la no man's land del giornalismo, l'hic sunt leones dell'intelletto, il finisterre del verbo là dove il giornalista si è fatto terra bruciata, assolutista del niente, scorgiamo l'assoluta libertà del giornalismo.
Per questo, l'arte della stroncatura non va confusa con la pratica pur belluina della critica: sarebbe come scambiare Vittorio Gassman che recita Dante bravissimo, pulitissimo, infine ovvio con Carmelo Bene che ulula Majakovskij. La stroncatura è un esercizio fine a se stesso, puro brigantaggio del linguaggio; lo stroncatore è Don Chisciotte più che Montanelli, Giovanni delle Bande Nere più che Alberto Arbasino, Giovanni Battista più che Pietro Citati, il critico cerimoniere, sempre calafatato di smoking. Lo stroncatore alterna la pernacchia a un infantile idealismo, lo stornello all'invettiva: ama il bel gesto, il coup de théâtre, lo scontro all'arma bianca e il candore della fiaba. Incapace di costruirsi un profittevole futuro professionale, vive consapevole che del doman non c'è certezza, felice di essere l'eroe delle cause perse. Ama la lotta impari, non impara nulla dai propri errori. Un'escatologia scatologica anima i suoi assalti: lo stroncatore è il profeta che viene dal deserto per imporre anatemi al palazzo; è di questo mondo perché è già nell'altro; è mondano perché immondo. Pura stregoneria giornalistica la sua, priva di ragion critica: nello stroncatore si assemblano l'avanspettacolo e il domatore di draghi, l'alchimista e l'imbonitore di folle, il cantastorie e l'eresiarca. Uno scrittore inabile a stroncare non sarà mai in grado di produrre un'opera degna di essere letta; un giornalista che non imbraccia la stroncatura è un vile lacchè. Per stroncare è necessaria l'avvenenza marziale, la disciplina del samurai, certi che ogni stroncatura potrà essere l'ultima.
Certo, la stroncatura, per esistere, pretende lettori esigenti ed editori di talento, categorie che latitano in un oggi dominato da lettori-elettori e da editori dall'ego capodoglio. Di recente, per dire, le Edizioni e/o che un tempo pubblicavano libri belli, a volte bellissimi mi hanno dato del misogino, "riservandoci il diritto di rivalerci nelle sedi più opportune", perché ho stroncato Valérie Perrin, una che si stronca da sé. L'editore minaccia di portarti in tribunale perché gli hai stroncato un libro: è il trionfo del trumpismo.
Eppure, in Italia la stroncatura ha nobili ascendenti. Nel Parini, ovvero della Gloria, Leopardi disintegra la storia della letteratura, una ipocrita macchinazione. Pensatore radicale, era convinto già ai tempi suoi che il sistema culturale fosse corrotto, che i lettori, rincretiniti da cattive letture, fossero sedotti "più dal mediocre che dall'ottimo". Al di là delle Stroncature di Papini la prima edizione esce nel 1916, auguri , fino a qualche tempo fa la stroncatura era un genere come altri. In un formidabile articolo Contro Bergman La Stampa, 23 novembre 1973 Mario Soldati accusava il regista svedese di svendersi: i suoi film? Evocano "noia, disgusto, perplessità". Tra i micidiali stroncatori dei nostri tempi, va ricordato, per eleganza, Cesare Cavalleri (le sue Letture, edite da Ares, sono una bibbia per aspiranti); sapeva incenerire i non-romanzi di Roberto Calasso con una battuta: "simulacri di simulacri". Quanto a crudeltà, primeggiava Sergio Claudio Perroni: sul Foglio teneva una rubrica, "Poetastri", giustamente temuta; di Maurizio Cucchi scrisse che "continua a fare il poeta come Nando Meniconi faceva Tarzan".
Che
lo stroncatore, questa specie di Zampanò e di Barbablù, di Mangiafuoco e di mangiapreti sia mal capito, malcapitato in un tempo che fa di tutto per oltraggiarlo, va da sé.Egli desidera essere un paria, l'impari pari a Dio.