Palestina protagonista sul palco dei David di Donatello. Anche quest’anno, gli artisti pro Pal hanno marcato il territorio della premiazione cinematografica, spiegando le ragioni della propria manifestazione di vicinanza. “È sempre importante portarla la kefiah non è una sciarpa e basta, è un gesto di testimonianza, di fratellanza nei confronti dei nostri fratelli, delle nostre sorelle in terra di Palestina”, ha dichiarato all’Ansa il cantante Pierpaolo Capovilla, candidato come migliore attore protagonista per “Le città di pianura” di Francesco Sossai, che si è presentato alla manifestazione con la kefiah. “Credo che in questo momento sia semplicemente necessaria”, ha aggiunto.
Lino Musella, che ai David di Donatello ha vinto il premio come migliore attore non protagonista per “Nonostante”, si è dilungato in un discorso più politico che ha coinvolto anche la Global Sumud Flotilla. Ha citato Robert De Niro quando ha detto che “l'arte può essere una minaccia per gli autocrati fascisti” e aggiunto: “Sì, penso che il cinema possa essere una minaccia, come il teatro, la musica, la poesia, la solidarietà umana. Ringrazio tutte le donne e gli uomini della Global Sumud Flotilla e tutti quelli che si impegnano e si espongono tutti i giorni contro gli orrori del mondo. Spero di essere degno in futuro di questo riconoscimento, cercherò sempre di espormi in scena e nella vita e non smetterò mai di dire: Palestina libera”.
Un po’ per moda, un po’ perché se non si fa ci si sente fuori posto,le rivendicazioni per la Palestina da alcuni anni sono diventate uno slogan identitario. Non tutti credono in quello che dicono, o sanno cosa dicono, ma è importante dire, unirsi alla massa, anche perché in questo modo si recupera qualche simpatia. Matilda de Angelis, vincitrice della statuetta come migliore attrice non protagonista per “Fuori” di Mario Martone, non ha citato esplicitamente la guerra in Medioriente e la Palestina ma non si è sottratta a un discorso politico: “In questo momento il nostro Paese vive in un impoverimento culturale importante e mi dispiace che si debba sempre arrivare a questa metaforica morte per accorgerci di avere qualcosa di bello e importante per l'umanità”.
Sempre polemico, ma di diverso stampo, il discorso di Valeria Bruni Tedeschi, secondo la quale “c’è stato un periodo nella storia, in cui il cinema italiano è stato quasi messo sotto un coperchio dai regimi, quello fascista e da Berlusconi. Perciò è molto pericoloso questo, il cinema è fragile”. Sulla protesta delle maestranze ha aggiunto: “Penso che avremmo potuto essere anche noi lì a protestare, avremmo potuto reagire diversamente a questo periodo.
C'è stata una lettera che è stata scritta, che in parte è stata detta al Quirinale. C'è un movimento in cui le persone, che siano attori, registi, produttori, tecnici o tutti coloro che lavorano nel cinema, tirano un allarme, perché nel cinema se non c'è intelligenza adesso può essere in pericolo”