Leggi il settimanale

"Carburante per sei settimane”. La chiusura di Hormuz e la profezia sui voli che preoccupa l'Europa

L’allarme di Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia: se il blocco delle forniture dovesse protrarsi, il conto per il Vecchio Continente sarebbe pesante

"Carburante per sei settimane”. La chiusura di Hormuz e la profezia sui voli che preoccupa l'Europa
00:00 00:00

La guerra tra Iran e Israele non minaccia soltanto i mercati energetici e la stabilità geopolitica del Medio Oriente: rischia di colpire in modo diretto anche la mobilità europea. L’allarme lanciato dal direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, apre uno scenario che fino a poche settimane fa sembrava remoto: quello di un continente costretto a fare i conti con scorte di carburante per aerei sempre più ridotte, fino all’ipotesi di cancellazioni dei voli nel giro di poche settimane. Sullo sfondo, resta il nodo dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per petrolio, gas e derivati, oggi diventato uno dei principali punti di tensione dell’economia mondiale.

Il carburante che manca e il rischio per i voli

Secondo Birol, in un’intervista rilasciata ad AP news, l’Europa avrebbe davanti a sé “forse sei settimane” di riserve residue di carburante jet, una soglia che trasforma la crisi energetica in un problema concreto per compagnie aeree, aeroporti e consumatori. Se il blocco delle forniture dovesse protrarsi, il settore dell’aviazione potrebbe essere tra i primi a subire contraccolpi visibili, con una riduzione dell’operatività e possibili stop programmati ai collegamenti. Il punto non riguarda soltanto la disponibilità fisica del carburante, ma anche la sua distribuzione lungo una filiera già sotto pressione. In uno scenario di scarsità, il rincaro dei costi logistici e la competizione per l’approvvigionamento rischiano di comprimere ulteriormente i margini del trasporto aereo, scaricando il peso finale su passeggeri e imprese. La crisi, insomma, non si fermerebbe alle piste: investirebbe l’intera catena del valore del turismo e del commercio.

Hormuz, il collo di bottiglia dell’economia globale

Birol ha definito quella in corso come la “più grande crisi energetica” mai affrontata, proprio per la centralità strategica dello Stretto di Hormuz. Da quel passaggio transitano quote decisive di petrolio, gas e altri prodotti energetici essenziali, e ogni restrizione produce effetti che si propagano ben oltre il Golfo. Il blocco delle forniture non mette soltanto in crisi i mercati: altera le aspettative, alimenta la volatilità e rafforza le spinte speculative. Le conseguenze si misurano già nel linguaggio dell’economia reale: benzina più cara, gas più costoso, elettricità sotto pressione. È la classica trasmissione della crisi energetica ai prezzi al consumo, con un effetto immediato sul potere d’acquisto delle famiglie e sui costi industriali. Più a lungo durerà l’interruzione, più alto sarà il rischio di vedere intrecciarsi inflazione e rallentamento della crescita, in una combinazione che i governi europei conoscono fin troppo bene.

Inflazione, crescita e il conto per l’Europa

Per l’Europa il problema non è solo energetico, ma pienamente macroeconomico. Il rincaro delle fonti fossili si traduce in un aumento generalizzato dei costi di produzione, dei trasporti e dei servizi, aggravando un quadro che in molti Paesi resta già fragile. Le imprese energivore, il comparto manifatturiero e quello logistico sarebbero tra i più esposti, mentre le banche centrali si troverebbero di fronte a un nuovo dilemma: contenere i prezzi senza soffocare ulteriormente l’attività economica. In questo contesto, il rischio più immediato è una nuova frenata della domanda interna. Se i cittadini devono spendere di più per carburante, bollette e mobilità, inevitabilmente tagliano altrove. E quando i consumi rallentano, anche gli investimenti tendono a indebolirsi. La crisi del Medio Oriente, quindi, non resta confinata alla geopolitica: entra nelle tasche dei consumatori e nelle previsioni di crescita del continente, con effetti potenzialmente profondi e duraturi.

I Paesi poveri pagheranno il prezzo più alto

Birol ha insistito su un punto che spesso resta ai margini del dibattito occidentale: a soffrire di più non saranno necessariamente le economie con maggiore visibilità politica, ma i Paesi in via di sviluppo. In Asia, Africa e America Latina, dove la dipendenza dall’import energetico si combina con finanze pubbliche più deboli, uno shock dei prezzi può trasformarsi rapidamente in emergenza sociale, industriale e fiscale. Il paradosso è che i Paesi con meno voce sui mercati internazionali rischiano di subire il colpo più violento.

Per molte economie fragili, un aumento del costo dell’energia significa più inflazione alimentare, trasporti meno accessibili e minore capacità di sostenere famiglie e imprese. La crisi dello Stretto di Hormuz, dunque, non è solo un test per l’Europa: è un acceleratore delle disuguaglianze globali, destinato a colpire soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica