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Fisco efficiente, ma non liberale

Lo Stato incassa di più non perché chiede meno, ma perché vede tutto. Non perché convince, ma perché controlla

Fisco efficiente, ma non liberale
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Ci informa il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, che si susseguono i record di recupero dell'evasione: 33,4 miliardi nel 2024, probabilmente 35 miliardi nel 2025. A sua volta l'Ufficio Parlamentare di Bilancio certifica che, se il trend continuerà, il debito scenderà più velocemente, il Pil sorriderà, i conti pubblici respireranno. Tutto vero. Tutto ineccepibile. Tutto, però, tremendamente fuorviante.

Perché questo boom non nasce da un'improvvisa conversione morale degli italiani. Non è figlio di un fisco più equo, più semplice, più leggero. È figlio di un'altra cosa: la sorveglianza fiscale di massa. Registratori di cassa collegati, Pos obbligatori, fatture elettroniche, incrocio sistematico dei dati, algoritmi che segnalano anomalie, lettere di compliance come avvisi di cortesia che suonano molto simili a una diffida preventiva: nel 2026 ne partiranno 2,4 milioni. Un promemoria, ci dicono. Un «controlla se sei stato corretto». In verità è il fisco che ti guarda negli occhi e ti chiede di confessare prima ancora di essere accusato.

Funziona? Sembra di sì. È liberale? No. Il punto politico, prima ancora che economico, è tutto qui. Lo Stato incassa di più non perché chiede meno, ma perché vede tutto. Non perché convince, ma perché controlla. Non perché il cittadino percepisca l'imposta come equa, ma perché sa di non poter più sfuggire allo sguardo elettronico del Leviatano.

Eppure, un dato dovrebbe far riflettere: il 17,2% dei contribuenti paga quasi i due terzi dell'Irpef. Non è evasione: è la struttura di un sistema iniquo che ha irrobustito le sue radici con la famigerata Dottrina Visco. Una distorsione non casuale, esito coerente di un'impostazione che, a partire dagli anni Novanta, ha fatto della progressività estrema, della lotta simbolica ai ricchi e dell'uso politico del fisco un asse ideologico. Giulio Tremonti lo sintetizzò brutalmente, ma non a torto, dipingendo Vincenzo Visco come un Dracula alla guida dell'Avis: un sistema che preleva sangue sempre dagli stessi, fino allo sfinimento, perché lì è più facile, più sicuro, più visibile. Da allora il fisco italiano ha smesso di inseguire l'equità orizzontale far pagare tutti e ha scelto la scorciatoia della punizione verticale: spremere chi emerge, tollerare chi resta sottotraccia. È in quel passaggio che nasce l'iperprogressività punitiva, la demonizzazione del successo fiscale e l'idea, mai davvero smentita, che il contribuente virtuoso sia soprattutto un bersaglio affidabile.

In questo quadro, parlare di fedeltà fiscale spontanea è quasi un insulto all'intelligenza. Il fisco italiano non è percepito come giusto perché non è giusto. Non è responsabilità di questo governo, ma un'eredità di tanti governi che lo hanno reso opaco, iperprogressivo, instabile, punitivo verso chi emerge e indulgente con chi resta ai margini. L'adesione alle norme, che i raffinati del diritto chiamano compliance, non è un patto: è una resa indotta. Non nasce dalla fiducia, ma dalla paura di sbagliare.

La flat tax viene bollata come incostituzionale, ogni ipotesi di semplificazione radicale come un attentato all'equità. La contrattazione privata dei tributi, che un tempo era normale amministrazione e ovunque in Occidente è tuttora ampiamente praticata, oggi in Italia verrebbe trattata come eresia. Resta una sola strada politicamente praticabile: il Grande Fratello Fiscale. Un esattore che, nonostante gli sforzi di questo governo, non riesce a riformare se stesso, ma rafforza i propri occhi e le proprie orecchie. Che non riduce le aliquote, ma aumenta i promemoria. Che non taglia la pressione, ma moltiplica i controlli automatizzati. Il cittadino non è più un contribuente, ma un soggetto monitorato.

Si dirà: l'importante è il risultato. Incassiamo, riduciamo il debito, sistemiamo i conti. Vero. Ma a quale prezzo? Uno Stato che rinuncia a essere giusto per essere solo efficiente è uno Stato che ha già perso la battaglia culturale. E quando la fedeltà fiscale non nasce dalla convinzione ma dalla coercizione tecnologica, il confine tra legalità e obbedienza cieca diventa pericolosamente sottile.

Il paradosso finale è tutto qui: non serve uno Stato più forte, serve un Fisco più credibile. Ma la credibilità non si installa con un software. Se il governo nel 2026 intende davvero puntare sulla crescita, come più volte è stato detto, deve ridurre le tasse ora, non prometterle nella manovra elettorale di fine anno. Servono nuovi tagli strutturali all'Irpef sui redditi medi e produttivi, finanziati con una vera revisione della spesa e non con gettiti straordinari o una tantum.

La priorità non è incassare di più, ma prelevare meglio: meno aliquote, meno adempimenti, meno arbitrarietà. Un fisco che cambia ogni anno e controlla ogni gesto non incentiva investimenti né lavoro. La crescita non nasce dalla paura di sbagliare, ma dalla prevedibilità delle regole e dalla riduzione del carico fiscale reale.

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