Cronaca locale

Il commento Il fashion non c’entra Milano ha voglia di divertirsi

E adesso bisognerà dire che l’assessore Terzi fu buon oracolo quando all’indomani dell’ultimo Salone del Mobile, ormai divenuto il più grande evento di massa cittadino, dichiarò che bisognava rivitalizzare Milano anche negli altri periodi dell’anno, escogitando la formula fuorisalone pure per la moda. Ieri notte, di fronte alla fiumana di giovani (e non) che hanno festosamente invaso a piedi l’intero centro storico, abbiamo avuto un’altra prova di come la città può trasformare il proprio volto anche in una zona che, ormai da anni, alla chiusura degli uffici si trasforma in un deserto metafisico. «Bisogna spiegare a Milano cos’è Milano», disse un giorno Piero Bassetti, primo presidente della Regione Lombardia. E quale Milano era quella che in un normale giovedì di settembre si è riversata a migliaia in piazza fino a notte fonda per la «festa» organizzata da Vogue? «Un regalo alla città -lo ha definito il sindaco Moratti- a tutti i cittadini e ai turisti che si vogliono avvicinare al mondo della moda». Ma è davvero la voglia di «fashion» la chiave di volta di un fenomeno collettivo che, per tipologia dei flussi, aveva effettivamente molto in comune con la festa del design che ad aprile fa scattare una specie di caccia al tesoro tra showroom, laboratori improvvisati, party veri o presunti, oggetti più da immaginare che da acquistare? O non è forse, in quel caso come in questo, la dimensione popular a trasformare un evento di per sè non imperdibile, in una grande festa cittadina? La querelle sul quadrilatero della moda, che ieri ha visto scendere in campo più polemico che mai lo stilista Armani, è forse marginale in un contesto dove le alte griffe di Montenapoleone (sporca e insicura? mah) sono ormai appannaggio quasi esclusivo del turismo dei nuovi ricchi del pianeta. E forse non c’entra neppure il voyeurismo di chi -come ha sottolineato il sindaco- normalmente ha perfino il timore di entrare nei negozi dei grandi stilisti. L’altra notte non c’erano sfilate di top model nè grandi star dello spettacolo, ma a dominare la scena erano i magazzini grandi e piccoli aperti per una volta fino a tardi, con il vestito della festa e la musica a palla sul corso della domenica. Ad aprile come l’altro ieri, sembrava nuovamente tracimare quella Milano che, al di là dei guai del traffico, dell’aria inquinata e dell’imbarbarimento della società civile, ha una gran voglia di partecipazione e di vivere fuori la propria città; quella stessa voglia di partecipazione che anima durante tutto l’anno un mondo sommerso di centinaia di associazioni che faticano a riconoscersi in un territorio fisico spesso sordo e ostile soprattutto nei confronti dei giovani e degli anziani, cioè la parte meno produttiva. «Vivere la piazza» risponde in fondo a un sentimento collettivo che poco ha a che vedere con il clima, come insegnano città apparentemente più fredde come la tedesca Berlino. Oggi Milano sconta il depauperamento di un’identità popolare che nel deserto centro storico trova la sua immagine più devastante, quella comunità sfrattata -in tutti i sensi- in nome di un modello di ipermodernità e di frenetico «fare» che ha svuotato un quartiere in cui la sera è difficile anche trovare un tabaccaio aperto.

In fondo, i negozi aperti fino a mezzanotte nella «Vogue Fashion’s Night Out» dimostrano che può bastare davvero poco per riaccendere quel sentimento popolare, e che perfino corso Vittorio Emanuele può, con un pizzico di fantasia, trasformarsi in Broadway.

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