Ci sono anche gli uomini del Viminale al lavoro per "ripulire" il commissariato Mecenate. Dopo il trauma del caso Cinturrino e dopo aver rimosso il vecchio dirigente, il questore Bruno Megale, d'accordo con il capo della polizia Vittorio Pisani, sta procedendo all'azzeramento di tutta la catena di comando ma anche del corpo del presidio di via Quintiliano.
Il compito, non facile, è affidato al nuovo dirigente, Carmine Mele. Il suo nome è stato ufficializzato il 5 marzo, dieci giorni dopo l'arresto dell'assistente capo tuttora a San Vittore. Mele, poliziotto di lungo corso, guidava il commissariato Bonola che ha competenze su zone non facili come quelle di piazzale Selinunte e dello stadio di San Siro. In passato è stato vice dirigente del commissariato Centro e poi è stato alla guida del commissariato Greco-Turno. Alle spalle ha anche un'esperienza alla Digos come capo dell'Antiterrorismo.
Ma come può - ci si chiede - il nuovo dirigente gestire gli agenti sotto di lui e fidarsi, dopo che le indagini hanno fatto emergere un "sistema" al Mecenate? E ancora non si è stabilito chi e da quanto tempo tra i colleghi di Carmelo Cinturrino fosse suo complice, lo coprisse o tacesse per convenienza o per paura? Mele lo farà - viene spiegato - azzerando quello che c'era prima e portandosi dietro uomini (e donne) di sua piena fiducia. Certo, dovrà non solo riorganizzare i servizi anti spaccio del girone dantesco di Rogoredo. Ma anche riconquistare la fiducia di un quartiere a dir poco critico. Intanto i poliziotti indagati dopo l'omicidio di Abderrahim Mansouri sono saliti a sette. Non è detto che la lista sia completa. Alcuni di loro sono già stati trasferiti di ufficio.
Martedì Cinturrino si è difeso davanti al Tribunale del riesame, dove pende la sua istanza di domiciliari. La decisione è attesa nelle prossime ore. Ha ribadito di aver sparato "per paura" e che la morte del pusher è stata "una fatalità". Ha negato con forza la premeditazione. I suoi legali, gli avvocati Marco Bianucci e Davide Giuseppe Giugno, fuori dall'aula hanno spiegato: "L'assistente capo era il nemico pubblico di quella piazza di spaccio in senso buono, faceva gli arresti e colpiva quel contesto criminale". Dalle indagini infine, e dagli atti portati al Riesame dal pm Giovanni Tarzia, emerge un dato nuovo.
Il poliziotto accusato di omicidio avrebbe fatto di tutto affinché Mansouri non sopravvivesse dopo lo sparo che lo aveva raggiunto alla testa. Cinturrino avrebbe aspettato che il pusher morisse a terra e avrebbe atteso un tempo anche più lungo rispetto a quei 22-23 minuti, calcolati nelle prime indagini, prima di allertare i soccorsi.