Così adesso ci si potrà disfare dei figli senza pensarci

L’introduzione in Italia della pillola abortiva è avvenuta così, senza nessuna polemica particolarmente violenta. Qualche dichiarazione dovuta, non molto di più. Il Paese mi è sembrato concentrato su altri temi. Giustamente il Vaticano dichiara scomunicato chiunque ne faccia uso. Non è una punizione, è una constatazione: bisogna decidere come trattarla, questa benedetta vita, è un dono o un ingombro da espellere?
Ma il Paese sembra sintonizzato su altri canali. In fondo, un uomo che ha tolto la vita a sua figlia è diventato per questa ragione cittadino onorario di Firenze e adesso sembrerebbe in procinto di diventare capo del Pd lombardo. Sembra, in altre parole, che non si tratti più di un problema etico ma di un problema di ragione. O di carriera.
La pillola abortiva è una cosa pericolosa e schifosa. Qual è la differenza rispetto all'aborto praticato dal medico? Non che adesso abortire diventa più facile (non siamo ipocriti, chi vuole abortire lo fa e basta, con o senza), ma che non è più necessario pensarci. Anzi.
Prima era impossibile abortire senza pensarci. Se non altro perché bisognava andare in clinica, stendersi su un lettino, togliersi una parte degli indumenti, mostrare le parti intime (che è sempre fastidioso) eccetera eccetera. Adesso non solo non serve più il lettino, ma è consigliabile che la donna non pensi nemmeno per un istante a quello che succede nel suo corpo. C'è da augurarsi che non si renda conto di quello che le sta succedendo, che non si soffermi nemmeno un momento a pensare che, mentre fa pipì, una volta o l'altra, non si sa quando, le vien fuori qualcosa di morto, una cosetta che prima era viva (chiamatelo essere umano, maggiolino, asinello, baco da seta, come volete) e adesso è morta.
Pensarci fa un po' schifo, ammettiamolo. Il corpo ti è stato portato via, noleggiato per qualche ora o giorno dalla ditta produttrice di quelle pillole, proprietà provvisoria di una multinazionale che te lo restituirà non si sa in quali condizioni: altro che io sono mia.
Giorgio Gaber si domandava dov'era finito il pensiero. Ecco dov'è finito: in una società che si illude, con tutta la ferocia di cui le illusioni hanno bisogno, di poter offrire una soluzione tecnica (ossia, in questo caso, impersonale) a tutti i problemi.
Qualcuno di voi ricorderà quell'esilarante racconto di Oscar Wilde intitolato Il fantasma di Canterville dove una moderna famiglia americana, ottusa e pragmatica, prende in affitto una vecchia casa scozzese frequentata da un fantasma. Il povero fantasma le proverà tutte per spaventare i nuovi inquilini: essi dispongono di ottimi prodotti in grado di cancellare tutte le macchie, da quelle di unto sui pantaloni a quella di sangue sulla mano di Lady Macbeth fino ai nostri peccati più inconfessabili. Per tutto c'è un detersivo, uno psicofarmaco, un sedativo, uno smacchiatore, una pillola. In fondo, chi più chi meno, la pensiamo tutti così. La realtà è scomoda e va eliminata, sia essa un'affezione bronchiale, l'ossessione del passato oppure un figlio annidato nel corpo di una donna senza chiederle il permesso.
C'è da chiedersi se tutto quello che il movimento femminista ha compiuto nei decenni passati può sfociare in una bruttura come questa pillola. Le donne potranno festeggiare?
Una scrittrice italiana ha detto da qualche parte che le conquiste del femminismo (parità ecc.) sono state già tutte raggiunte, per questo il femminismo appare oggi anacronistico. Io trovo però che tutta la riflessione sul corpo femminile - e quindi sull'affettività, sulla maternità - sviluppata dal pensiero femminista si trovi umiliata, oggi, da questa demenza tecnologica che rende il pensiero non solo superfluo, ma seriamente sconsigliabile.
L'approvazione della Ru486 arriva in un momento difficile, un momento di crisi, nel quale può far piacere credere di avere un problema in meno rispetto a ieri. Ma è un'illusione, sostenibile solo dalla sostanziale indifferenza, ontologica prima che morale, in cui ci troviamo. Come ben scriveva Kafka: «A che punto d'indifferenza possono arrivare certe persone, a che profonda certezza di avere perduto per sempre il giusto sentiero».

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