Ci sono, nell'esistenza di ognuno, stagioni irripetibili che brillano come una supernova, il cui bagliore si irradia per decenni anche dopo la sua fine. Per d'Annunzio il periodo a cavallo tra i due secoli fu il più prolifico di una lunga parabola letteraria. Abbandonata la prosa di novelle e romanzi, nel corso di qualche estate scrisse la bellezza di ventimila versi raccolti poi nelle Laudi, oltre a dodicimila versi per la sempre più ricca produzione teatrale.
L'incredibile e irripetibile lustro delle Laudi verrà sempre rievocato dal poeta: un tempo felice e come sospeso in cui si spande il largo fiume della poesia. "Mi pare che tutto il mio sangue sia divenuto un fiume lirico inesauribile", scrive nella prodigiosa estate del 1902; e più di una volta, nel corso della vita, anche negli ultimi anni al Vittoriale, sognerà di tornare all'"ebrietà di Alcyone", quando "tutto m'era verso, rima, melodia".
Quello delle Laudi fu un tempo di rinnovata ispirazione dopo il primo periodo giovanile. Galeotti furono certamente il luogo, la Versiliana, una villa nella zona di Camaiore in Versilia, circondata dalla pineta e vicinissima alla spiaggia, oltre alla compagnia di Eleonora Duse, musa ispiratrice ma che poco lo distraeva. L'attrice, infatti, era nel pieno della carriera e spesso impegnata in lunghe trasferte.
Risalgono alla mirabile estate del 1902 La pioggia nel pineto e altre memorabili poesie, poi pubblicate nell'Alcyone. Sulle spiagge toscane svaniva l'estate e sui taccuini di Gabriele nascevano, giorno dopo giorno, i versi indimenticabili e musicali di un nuovo Pan tornato sulla terra per celebrare il linguaggio na scosto e misterioso delle cose: "Nostra spiaggia pisana,/ amor di nostro sangue,/ vita di sabbie e d'acque,/ silvana e litorana", scriveva pensando a quell'idillio, come un Apollo beato in comunione con la natura e con la sua musa. Eleonora gli scriveva dagli Stati Uniti, dove cercava invano di imporre le tragedie dannunziane: "Frenesia, Lavoro! Io non sono che una povera Ghisola lontana". Sembrava rimpiangere sé stessa, musa declinante e schiava di un genuino struggimento. Gabriele invece invocava una tregua dalla propria volontà sovrumana, e La tregua sarà il titolo della lirica che introduce Alcyone.
Un prodigio dopo l'altro: La sera fiesolana, La morte del cervo, La pioggia nel pineto e tante altre creazioni della sua magica sensibilità. "Lavoro con una abbondanza, con una forza, con una felicità così grandi", scrive, "che ogni sera quando mi riposo davanti alle montagne placate rivolgo alla Natura un atto di riconoscenza infinita".
Nella sua personale geografia di foci, lidi e spiagge sabbiose, nel mezzo di arbusti, selve e pinete, il carosello del suo paesaggio poetico si allunga sui ritmi lievi di luce, silenzio e sogno. Siamo nel cuore della maggiore arte dannunziana e della poesia moderna: ben oltre gli orizzonti del superuomo, l'impulso creativo si afferma nell'adorazione del bello, nel cogliere ogni sensazione e immedesimarsi nel Tutto, abbandonandosi al mistero e all'incanto della natura.
Il poeta si costringe al duro lavoro che "gli stanca la fronte", ha l'urgenza di fissare sulla carta quello che la Musa, angosciosa per soffocante abbondanza, gli detta all'orecchio. Se ne lamenta con l'editore Treves: "Ah perché non m'è dato di animare col soffio le mie visioni?".
Necessita continuamente di libri, vocabolari, lessici e trattati che vanno a riempire il suo "laboratorio salmastro" e che ancora oggi, a quasi centotrent'anni di distanza, vivono al Vittoriale nelle scaffalature in rovere dell'Officina.
Dai lidi tirrenici, d'Annunzio si sposterà in Francia, poi a Venezia, diventerà soldato, eroe e comandante di Fiume, fino a che, nel 1921, cercherà nuovamente la natura e il silenzio per costringersi al duro lavoro di intere nottate e giorni: deve terminare il Notturno, la sua ultima grandiosa opera.
Sul Garda cerca la pace dopo tanta guerra e il silenzio dopo tanto rumore. Dalla suggestiva balconata della Prioria, come ha chiamato la sua casa, lo sguardo spazia sull'ampia distesa del lago e nel profondo del suo animo: "Operaio della parola, io sono stato condannato per sette anni ai lavori forzati del luogo comune, all'esercizio forzato dell'eloquenza, su la ringhiera, nella piazza, nel campo di battaglia. Per sette anni ho arringato le truppe e le folle, ho maneggiato l'anima del soldato e del popolano, mi sono piegato ai contatti più rudi e talvolta alle mescolanze più ripugnanti Nessuno immagina con che ansia io sia entrato in questo rifugio, con che bisogno di sprofondarmi in me stesso e nella più segreta sorgente della mia poesia".
Al Vittoriale vuole raccogliersi e tornare al suo primo amore: scrivere è per lui il fine di ogni esperienza. Qui termina il Notturno, che ha un enorme successo editoriale, qui riceve l'amara notizia della scomparsa della sua Ermione: Eleonora muore infatti in America, nella grigia Pittsburgh, stroncata dalla polmonite, il 21 aprile 1924. La notizia gli giunge due giorni dopo. "È morta quella che non meritai", mormora.
Gabriele porrà il suo busto marmoreo nell'Officina affinché vegli su di lui, che vuole "porre a più difficile prova la sua virtù di creazione e di trasfigurazione". È un uomo stanco quello degli ultimi anni del Vittoriale, le fonti della sua poesia sono inaridite e lui è tradito dalla "turpe vecchiezza" che ogni giorno si fa più manifesta. Ma vuole lasciare alla posterità un testamento di "pietre vive", il Vittoriale, che in quegli anni va prendendo forma, e un testamento di parole, con le Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto.
Di lui, oltre al Vittoriale degli Italiani, visitato ogni anno da oltre trecentomila persone, resteranno certamente il nome, le imprese, i capolavori. E resterà la poesia, soprattutto quella degli anni trascorsi su quella sottile striscia di terra fra le Alpi Apuane e il Tirreno, quando tutto era verso, rima, melodia.
I suoi versi, come una linfa vitale, saranno un inesauribile magazzino e una fonte di ispirazione per la lirica di tutto il Novecento. Dalla più alta alla più popolare. È superfluo, qui, citare il giudizio di Montale su quanto gli debbano i poeti italiani, e non soltanto italiani, del Novecento. Voglio invece ricordare che nel 1958 Domenico Modugno dopo il successo mondiale con Nel blu, dipinto di blu fece una tournée in America. Alla stazione ferroviaria di Pittsburgh, la città in cui morì la Duse, vide due fidanzati che si scambiavano un abbraccio d'addio sotto la pioggia. La scena gli ispirò alcuni versi e cominciò a scrivere una nuova canzone, Piove (Ciao ciao bambina), che divenne un altro trionfo planetario: "Vorrei trovare parole nuove/ ma piove, piove sul nostro amor".
Si era appena concluso l'anno in cui il mondo aveva celebrato il centenario della nascita della Duse, e la "favola bella" di Ermione e Gabriele "Come una fiaba, l'amore passa/ c'era una volta poi non c'è più" era tornata nelle parole del maggiore cantautore italiano dell'epoca.