Il terrorismo palestinese e l'Italia, un rapporto complesso e pieno di zone grigie. Sospese tra la ragion di Stato, le ideologie e le necessità di un Paese, il nostro, a lungo posizionato su una delle zone di faglia della vecchia guerra fredda e, purtroppo, della nuova guerra mondiale a pezzi.
Per rendersene conto basta dedicarsi al nuovo saggio di Giacomo Pacini: L'Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda (Einaudi, pagg. 328, euro 27).
Il saggio, che parte da molti dei documenti che sono stati desecretati negli ultimi anni, racconta la complessa tela di segreti e doppi giochi che venne tessuta a partire dall'ambasciata italiana di Beirut. C'è un documento datato 17 dicembre 1972 e a firma del capo del Sid (Servizio informazione difesa) della legazione libanese che può essere considerato, secondo Pacini, l'inizio di queste liaisons dangereuses. Eccone il passaggio più critico: "In relazione all'attività terroristica sul piano internazionale, sono in corso colloqui riservati e non ufficiali con i vertici di varie note organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi... Nel quadro dei citati colloqui viene considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in un carcere italiano (accusa di tentativo di strage. Episodio aereo israeliano)".
Iniziò così il dialogo sotterraneo tra lo Stato italiano e alcune formazioni armate riconducibili all'Olp. Un'intesa, tra crisi e lisi, che sarebbe passata alla storia con il nome convenzionale di "Lodo Moro", proprio perché il leader della sinistra Dc era uno dei massimi sponsor di questa politica.
L'accordo consentiva ai miliziani di muoversi liberamente in Italia e, anche se arrestati con armi o esplosivi, ne favoriva il rapido rilascio. In cambio, le formazioni coinvolte si impegnavano a non colpire obiettivi italiani.
Ad esempio, il documento citato sopra e redatto dal colonnello Stefano Giovannone, a cui Moro era legatissimo, tanto da sperare in un suo intervento diretto per liberarlo dalle Brigate rosse, fa riferimento a due terroristi che erano stati arrestati in Italia nell'agosto del 1972 per un attentato di estrema gravità. Il 16 agosto 1972 un ordigno esplose nella stiva di un Boeing 707, della compagnia israeliana El Al, decollato da Fiumicino verso Tel Aviv. A bordo c'erano 140 persone. La bomba si trovava in un mangiadischi regalato da due galanti terroristi sotto mentite spoglie a delle ragazze inglesi, Ruth Walkin e Audrey Waldron. Si evitò la strage in un misto di caso e prudenza israeliana. Le ragazze decisero di mettere il bagaglio in stiva e Israele aveva deciso di blindare le stive dei propri aerei proprio per il rischio di attentati. I due terroristi legati a Settembre nero che si erano finti iraniani vennero rapidamente arrestati a Roma. Versione ufficiale: riconosciuti per caso da due agenti con delle foto segnaletiche. Versione adombrata dai giornali: consegnatisi agli italiani per non finire nelle più temibili mani del Mossad. E poi l'avvertimento del Sid che tenerli troppo a lungo in prigione potesse essere poco salutare. Quaranta giorni dopo quell'informativa vennero sostanzialmente liberati. A loro venne applicata la così detta legge Valpreda, contro il parere del pubblico ministero Silvia Jacopino, sostituendo la custodia cautelare in carcere con un soggiorno obbligato nei pressi di Chieti. Non sorprendentemente presero il volo. Scoppiò un putiferio politico promosso da un'interrogazione parlamentare promossa da Oscar Mammì. Guido Gonella ministro della Giustizia rispose che era stato preso in piena autonomia dall'autorità giudiziaria. Peccato che in una nota inviata dal gabinetto del capo del governo Andreotti proprio al gabinetto del ministro Gonella si legga: "prima ce ne possiamo liberare meglio è. È peste che cova".
È solo un esempio dei complessissimi rapporti che emergono nel saggio di Pacini in cui ci sono: la sorpresa per l'attentato a Fiumicino del 17 dicembre 1973, quando il governo italiano riteneva di essere relativamente al sicuro per le assicurazioni ricevute da Arafat (che però non parlava per Settembre nero); membri delle Brigate rosse che vanno in barca a vela sino in Libano a fare rifornimento di armi pesanti dai palestinesi e conseguenti imbarazzi; missili antiaerei russi Strela sequestrati ad Ortona all'incrocio di complessi rapporti tra Autonomia e palestinesi sfuggiti al controllo vero o presunto dei loro superiori; tentativi di utilizzare fonti palestinesi per avere informazioni sul rapimento di Moro...
Ne esce un ritratto in chiaro scuro della sicurezza del Paese che dovette affrontare una situazione complessa finendo per essere sottoposto ad enormi pressioni. Difficile districarsi in tutta la documentazione presentata da Pacini anche perché forze contrapposte cercavano di inquinare i pozzi. C'era anche un'ala meno duttile che non voleva alcun accordo con i terroristi palestinesi, geopolitica o non geopolitica.
Il "Lodo Moro" evitò davvero all'Italia di essere colpita? In parte sì ma ad un
prezzo molto alto e creando una serie di ambiguità e di zone grigie rispetto all'ala militare e terrorista palestinese e la Libia che i palestinesi appoggiava, che ha lasciato strascichi, anche ideologici, duri a morire.