Cinquant'anni fa moriva a Buenos Aires (dove si era rifugiato a causa delle leggi razziali fasciste) Rodolfo Mondolfo, uno dei maggiori studiosi italiani di filosofia antica, ma autore anche di saggi fondamentali sul pensiero filosofico moderno. Fu socialista, ma socialista democratico-liberale, e quindi critico fermissimo del comunismo e del bolscevismo. Verso la rivoluzione bolscevica in Russia il suo atteggiamento fu assai simile a quello di Kautsky in Germania ("il rinnegato Kautsky", come lo definì Lenin): e cioè egli affermò, in molti articoli e saggi, che i bolscevichi stavano costruendo in Russia un regime integralmente totalitario, che si reggeva solo sul terrore e sulla distruzione fisica degli avversari. Di qui, è inutile dirlo, la grande ostilità dei comunisti italiani verso la figura di Mondolfo. Una ostilità che non venne meno neppure dopo la caduta del fascismo, non solo per la ferma critica di Mondolfo all'Unione Sovietica, ma anche per i saggi che egli venne pubblicando sui Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. Di fronte alla esaltazione dei Quaderni fatta da Togliatti e dagli intellettuali comunisti, Mondolfo mise in rilievo che Gramsci era stato un pensatore integralmente totalitario, come dimostrava (fra i molti passi gramsciani che si potevano citare) un passo come questo: "Il moderno Principe (=il Partito comunista) sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali, in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell'imperativo categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume". A questo proposito Mondolfo commentava: in una concezione democratica il posto dell'imperativo categorico o della divinità spetta all'umanità, alla collettività universale, non al Principe, antico o moderno che sia: la collocazione di un Principe sul trono o sull'altare della venerazione popolare converte le élites politiche, burocratiche, tecnocratiche, investite di tale autorità, in dominatrici delle masse e delle coscienze. Questa via può condurre concludeva Mondolfo solo al totalitarismo come in Russia, e senza dubbio la suggestione dell'esempio russo ha influito sulla concezione gramsciana dell'egemonia.
Il marxismo di Gramsci quindi non era affatto un marxismo critico e antidogmatico, come molti pretendevano, bensì era un marxismo che si collocava interamente all'interno del leninismo. E a questo proposito Mondolfo citava quei passi dei Quaderni gramsciani in cui lo scrittore sardo, mentre affermava la necessità che la ricerca scientifica non incontrasse ostacoli di sorta, perché solo in questo modo la società poteva progredire, al tempo stesso affermava: "Non è del resto impossibile pensare che le iniziative individuali siano disciplinate e ordinate, in modo che esse passino attraverso il crivello di accademie e istituti culturali di vario genere, e solo dopo essere state selezionate diventino pubbliche". Con queste parole Gramsci esprimeva la sua piena accettazione della censura.
Esercitata da chi? Dal moderno Principe, evidentemente, cioè dal Partito comunista giunto al potere, dalle sue accademie e dai suoi istituti culturali.Non c'è da meravigliarsi quindi se i dirigenti e gli intellettuali comunisti italiani videro in Mondolfo un nemico da cui guardarsi.