"Gravissimo pericolo per la salute pubblica". Dopo un anno e mezzo, ecco le motivazioni sull'Ilva

A sedici mesi dalla sentenza la corte pubblica le 3800 pagine di motivazione per le 26 condanne di primo grado

"Gravissimo pericolo per la salute pubblica". Dopo un anno e mezzo, ecco le motivazioni sull'Ilva

Sono state depositate questa mattina, dopo 18 mesi dalla sentenza, le motivazioni del primo grado del processo Ilva.

Quello del 2012 che tiene ancora gli impianti dell’area a caldo sotto sequestro, in marcia solo grazie al decreto voluto dall’allora governo Monti che, ponendo quello di Taranto come sito di interesse strategico nazionale, consentì per decreto la facoltà d’uso.

Il tribunale di Taranto, insieme agli impianti, aveva sequestrato anche i proventi e il prodotto finito, con l’intento di chiudere la più grande fabbrica siderurgica d'Europa.

Il governo Letta, con l'allora ministro dell'ambiente Orlando, decisero di toglierla ai Riva con un esprorpio preventivo - ancor prima di qualunque sentenza - e metterla in amministrazione straordinaria. Da allora, avendo i commissari i bilanci tutelati da omissis, non sappiamo quando ci hanno messo, e perso, i contribuenti italiani per tenerla in piedi in mano pubblica.

Dal 2013, infatti, Ilva non ha mai piu prodotto le dieci tonnellate di acciaio l'anno che la rendevano la forza industriale del Paese.

Ora il ricorso in Appello

Dieci anni di processo, più di 300 udienze, quaranta imputati, centinaia di teste. Il 31 maggio 2021 fu emessa la sentenza: con una pena complessiva di 300 anni di carcere, la confisca di 2 miliardi, una sanzione di 4 milioni di euro e cinquemila di risarcimento danni a testa per le oltre 900 parti civili. Tra i condannati anche l'ex governatore della Puglia Nichi Vendola.

Un anno e mezzo ci ha messo la corte per pubblicare le motivazioni: 3.800 pagine in un dropbox che abbiamo in mano con 17 file da scaricare. Ne scriveremo nel dettaglio quando avremo modo di visionarle tutte attentamente.

Al capo B i giudici scrivono: "In corso tra loro, nella gestione dell'ILVA di Taranto operavano e non impedivano con continuità e piena consapevolezza una massiva attività di sversamento nell'aria - ambiente di sostanze nocive per la salute umana, animale e vegetale - diffondendo tali sostanze nelle aree inteme allo stabilimento, nonché rurali ed urbane circostanti lo stesso; in particolare, IPA, benzo(a)pirene, diossine, metalli ed altre polveri nocive, determinando gravissimo pericolo per la salute pubblica e cagionando eventi di malattia e morte nella popolazione residente nei quartieri vicino il siderurgico e ciò anche in epoca successiva al provvedimento di sequestro preventivo di tutta I'area a caldo dello stabilimento medesimo e nonostante che il Tribunale del Riesame, con ordinanza del 20-08-2012, avesse disposto I'utilizzo degli impianti solo al fine di risanamento ambientale; con l'ulteriore aggravante del numero delle persone concorrenti nel reato; In Taranto-Statte dal 1995 e sino al 20.06.2013 overo con riferimento ad ogni singola posizione dalla data di assunzione della carica e sino alla cessazione della stessa".

Ora però i legali degl imputati hanno solo 45 giorni di tempo, sotto Natale, per presentare appello.

Mentre la Corte potrà trascorrere serene vacanze sapendo che gli impianti restano sotto sequestro. Cosa che ne impedisce la vendita dall’amministrazione straordinaria ad Acciaierie d’Italia, la società che li gestisce con i sigilli dei custodi giudiziari.

Che nel frattempo hanno ricevuto dalla stessa corte una liquidazione di un miliardo e trecento milioni. Da sommare ai soldi pubblici che lo stato ci metterà se davvero, come chiedono Emiliano e il sindaco di Taranto, vogliono nazionalizzarla.

Così faranno prima loro a chiuderla, che i Riva ad avere giustizia.

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