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Allegra Gucci e l'accordo da 3,9 milioni con la madre: "Pagare un riscatto non è avere giustizia"

La figlia dell'imprenditore Maurizio Gucci ucciso a Milano nel 1995 pubblica un articolo della rivista "Diritto e giustizia". Lo sfogo: "Non esiste una sentenza che dica che è sbagliato. Il silenzio, in diritto, non è neutralità. È abbandono"

Allegra Gucci e l'accordo da 3,9 milioni con la madre: "Pagare un riscatto non è avere giustizia"
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"Pagare un riscatto non è avere avuto giustizia". Sono parole impegnative, quelle riportate da Allegra Gucci, figlia dell'imprenditore Maurizio Gucci ucciso a Milano nel 1995. "Chi ha ucciso ha incassato, chi ha perso il padre ha pagato", è il contenuto di un articolo sulla rivista "Diritto e giustizia" ripostato su Instagram dalla primogenita del 46enne ucciso 27 anni fa. Il riferimento amaro è all'accordo stragiudiziale raggiunto insieme alla sorella Alessandra con la madre Patrizia Reggiani, dopo il divorzio con il padre e prima che la donna fosse condannata per essere stata la mandante dell'omicidio del marito, da 3,9 milioni di euro. La Cedu non ha dato corso al procedimento in quanto, come è stato riferito, non c'è più la materia del contendere, ovvero è privo dell'oggetto. "La Corte Europea dei diritti dell'uomo non ha deciso, ha abbandonato", si legge nel post che spiega che "quello che i giornali hanno definito 'accordo segreto' non corrisponde ad alcuna realtà giuridica o umana". Ecco il commento della figlia dell'imprenditore: "Non esiste una sentenza che dica che è sbagliato. Il silenzio, in diritto, non è neutralità. È abbandono. Questa non è una storia chiusa. È una storia che nessuno ha ancora avuto il coraggio di raccontare fino in fondo".

"Pagati 40 milioni di franchi all'assassina del padre"

"Allegra e Alessandra Gucci - è l'inizio del post- si sono rivolte alla Corte non per ragioni economiche, ma per ottenere ciò che il sistema giudiziario aveva loro negato: il riconoscimento dell'aberrazione prodotta dalle sentenze che le avevano condannate a pagare oltre 40 milioni di franchi svizzeri all'assassina del padre". Spiega quindi: "La Cedu non ha detto che avevano torto. Non ha esaminato il merito. Non si è pronunciata sui loro diritti. Ha fatto qualcosa di molto più frustrante, ha archiviato il caso senza decidere, applicando l'art. 37 della Convenzione".

Il divorzio tra Gucci e Reggiani e il vitalizio

Maurizio Gucci e Patrizia Reggiani divorziarono ufficialmente nel 1994 dopo 13 anni di matrimonio. Dopo il divorzio si era arrivati al compromesso che lui versasse a Patrizia Reggiani un vitalizio più o meno di un miliardo di lire all'anno mentre circa mezzo miliardo all'anno sarebbe stato pagato per il mantenimento e la crescita delle due bambine. Si spiega nella rivista riportata che l'accordo con la madre per il versamento della somma milionaria "era tutt'altro che segreto: è stato concluso previa autorizzazione del giudice tutelare del Tribunale di Milano, depositato agli atti del procedimento Cedu" ed era, a parere di Allegra Gucci un accordo "forzato". "La trattativa si era protratta a lungo. Allegra e Alessandra hanno dovuto negoziare sotto la minaccia concreta di procedure esecutive - il pignoramento dei beni, compresa l'abitazione - che avrebbero potuto privare le figlie di ciò che restava dell'eredità paterna. Pagare 3,9 milioni era l'unico modo per chiudere una controversia che, diversamente, si sarebbe protratta indefinitamente, con costi umani ed economici incalcolabili. Non era pace, non era un accordo libero. Era resa davanti a una sentenza che non avrebbe mai dovuto esistere". Da qui l'ingiustizia, secondo Gucci. "La Cedu ha scambiato questa resa per una rinuncia volontaria, e su questo equivoco ha fondato la propria decisione di archiviazione. È esattamente ciò che le sorelle Gucci intendono contestare".

Allegra e Alessandra Gucci: "Noi minorenni, non avevamo scelta"

Continua ancora il post: "Il Governo italiano stesso, nelle proprie osservazioni alla Cedu, aveva dichiarato che quell'accordo era «totalmente indipendente» dai motivi del ricorso e non avrebbe dovuto influenzarne l'esito. La Corte ha poi fatto esattamente il contrario di quanto sostenuto da entrambe le parti. Ha archiviato un caso che nessuno dei contendenti chiedeva di archiviare". Infine si è soffermata sul dolore provocato dalla morte del padre e su quanto questo sentimento e la giovane età abbiano influenzato sulle scelte delle due donne, che quando hanno accettato l'eredità del padre nel 1995 "avevano quattordici e diciannove anni, il padre appena assassinato, la madre in carcere sulla base di un inventario notarile ufficiale redatto sotto il controllo dell'autorità tutelare svizzera e presentato dalla stessa Reggiani, nella sua qualità di madre esercente la responsabilità genitoriale, che non includeva quella rendita tra i debiti ereditari. Hanno accettato in buona fede, sulla base di un atto ufficiale. Erano minorenni. Non avevano scelta. La condanna è arrivata anni dopo, inaspettata e imprevedibile — come se non bastasse tutto il resto".

"Nessuno ha considerato il debito dell'assassina"

Infine: "Nessuno ha ricordato che le sorelle avevano opposto in compensazione il proprio credito risarcitorio per l'omicidio del padre un credito certo nella sua esistenza e immediatamente quantificabile, il risarcimento per aver perso il padre per mano della madre. Nessun giudice ha mai esaminato quella compensazione nel merito. La Cassazione l'ha dichiarata inammissibile insieme agli altri motivi centrali del ricorso.

L'ordinamento italiano ha quindi riconosciuto ed eseguito il debito dell'assassina nei confronti delle figlie della vittima, senza mai permettere che si valutasse il credito speculare delle figlie nei confronti della madre".

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