Al commissariato Mecenate sta per arrivare l'ispezione ministeriale. Dopo il caso Cinturrino l'assistente capo Carmelo che ha sparato e ucciso Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo il 26 gennaio, finendo in carcere per omicidio volontario il Dipartimento di Pubblica Sicurezza manda i suoi ispettori. Motivo ufficiale: fare chiarezza su un presidio di frontiera finito al centro di un terremoto giudiziario. Motivo reale, per chi conosce i retroscena: ridimensionare il polverone alzato da una valanga di accuse che puzzano di vendetta. Cinturrino, in servizio lì da vent'anni, è accusato non solo di aver ucciso, ma anche di estorsioni sistematiche: soldi, droga, protezione in cambio di silenzio. Testimoni? Colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, che dopo l'arresto hanno cantato ai pm. E poi spacciatori, tossici, pusher del Corvetto e di Rogoredo: una decina di episodi di presunti pestaggi, taglieggiamenti da 200 euro e 5 grammi al giorno, minacce a un disabile.
Ora l'ispezione ministeriale chiesta a gran voce dopo il trasferimento del dirigente Osvaldo Rocchi, sostituito da Carmine Mele servirà anche a questo: smontare pezzo per pezzo il castello accusatorio. Perché le testimonianze dei colleghi finiti nel mirino della procura (quattro trasferiti senza incarichi operativi) nascono in un contesto di pressione massima: rischiano la carriera, meglio scaricare tutto su uno solo.
E quelle dei pusher? Gente abituata a mentire per mestiere, ora improvvisamente credibilissima perché contro un poliziotto scomodo. Vendetta pura, dicono gli avvocati di Cinturrino (Bianucci e Giugno): lui respinge ogni addebito, e i fatti andranno verificati con riscontri oggettivi, non con chiacchiere da bosco.
Quello di Mecenate è un commissariato di frontiera. E adesso lo spaccio in zona è tornato a gonfie vele. Da giorni i volontari che portano pasti caldi e coperte gente come Simone Feder denunciano il ritorno dei «venditori di morte» persino nel vecchio bosco, quello che sembrava debellato dopo Expo e Olimpiadi. Postazioni riaperte, pusher che riprendono confidenza, tossicodipendenti che tornano a bivaccare senza paura di divise.
L'ispezione ministeriale, si sussurra in questura, è destinata a
ridimensionare: non c'è prova concreta di complicità diffusa, i video e le intercettazioni non bastano a inchiodare un'intera squadra e le accuse di estorsione rischiano di evaporare senza riscontri bancari o sequestri reali.