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Il cortocircuito del caso Garlasco

La verità è che questo caso è un monumento alla cattiva giustizia. Per 18 anni si sono commessi errori macroscopici, si è seguito il bersaglio sbagliato, si è ignorato ciò che non combaciava con la tesi precostituita

Il cortocircuito del caso Garlasco

Caro Direttore Feltri,

ho letto le notizie delle ultime ore sul delitto di Garlasco: sarebbe stato trovato DNA compatibile con Andrea Sempio sotto le unghie di Chiara Poggi. La domanda è inevitabile: come può finire il DNA di un ragazzo sotto le unghie di una ragazza uccisa, se non attraverso

un contatto violento? È possibile che il vero colpevole non sia mai stato condannato, mentre un innocente, Alberto Stasi, ha scontato quasi tutta la pena? Direttore, lei è stato uno dei pochi, fin dal primo giorno, a sostenere la totale innocenza di Stasi. Cosa pensa di questo colpo

di scena? È la svolta che aspettavamo?

Domenico Bianchi

Caro Domenico,

io lo dico con franchezza da quasi vent'anni: l'unica certezza che ho su questo caso è l'innocenza di Alberto Stasi. E continuo ad averla oggi, dopo l'ennesimo ribaltone giudiziario, tanto clamoroso quanto inquietante. Alberto è stato assolto in primo grado, assolto in appello, e poi miracolosamente condannato in Cassazione, che, lo ricordo, è tribunale di legittimità, non di merito.

Un cortocircuito giuridico che non ha uguali nella storia recente: lo si è mandato in carcere senza movente, senza arma, senza una dinamica plausibile, senza una prova che fosse una. Il nulla. Eppure è stato condannato. Adesso viene fuori che sotto le unghie della ragazza c'è un Dna maschile «compatibile» con Andrea Sempio, da sempre figura ambigua di questa vicenda. Tutto ciò non sorprende più di tanto chi, come me, ha sempre guardato con stupore alla sicurezza con cui gli inquirenti hanno perseguito Stasi ignorando piste alternative ben più sensate. Però io non faccio come la

giustizia italiana: non mi innamoro delle tesi. Il Dna è un indizio pesante, ma è un indizio, non un verdetto divino. E può essere interpretato in molti modi. Certo, i punti oscuri attorno a Sempio non mancano: un alibi fornito senza che nessuno glielo abbia chiesto; un ticket del parcheggio conservato per anni, come se prevedesse di doverlo esibire un giorno; una famiglia finita in un'inchiesta per corruzione; e ora questa traccia, trovata proprio lì dove una vittima graffia e si difende. Tutto molto curioso. Ma la cura che io pretendo per Stasi la pretendo anche per chiunque altro. La verità è che questo caso è un monumento alla cattiva giustizia. Per 18 anni si sono commessi errori macroscopici, si è seguito il bersaglio sbagliato, si è ignorato ciò che non combaciava con la tesi precostituita. E quando la realtà non tornava, si è forzata fino a farla combaciare. Il risultato? Una ragazza morta senza colpevole, una famiglia distrutta, un innocente sbattuto in galera, e ora un nuovo indagato riesumato dopo quasi vent'anni. Chi ha fallito finora non può permettersi di fallire

ancora. Dico quindi due cose semplici. Non si può fare un altro errore. Non si può trasformare Sempio nel nuovo Stasi, appendendolo a un singolo reperto. Serve un'indagine vera, completa, finalmente seria. Alberto Stasi è un uomo che ha pagato per tutti. Io ci ho parlato, ci ho pranzato, ci ho passato ore: è una persona perbene, dignitosa, pulita. La sua vita è stata calpestata e annientata. Lo Stato gli deve delle scuse. E forse, un giorno, anche la libertà piena dalla menzogna che lo ha inchiodato. Chiara meritava giustizia. Stasi meritava giustizia. E noi, dopo quasi vent'anni, meritiamo la verità, quella vera, non quella costruita a tavolino.

Se la giustizia vorrà riscattarsi, questa è l'ultima occasione. Se ricadrà negli stessi errori, avremo sulla coscienza due tragedie o forse anche tre: l'omicidio di Chiara, la vita rubata ad Alberto e magari un altro innocente in galera.

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