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Il "fascicolo P" da dare a Sempio: faro della Procura sugli investigatori

Andrea nel 2017 riceve la richiesta di archiviazione di Venditti con sopra il misterioso appunto. Le accuse di falsa testimonianza

Il "fascicolo P" da dare a Sempio: faro della Procura sugli investigatori
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Carabinieri che indagano altri carabinieri. Investigatori che accusano gli investigatori che li hanno preceduti di avere chiuso gli occhi davanti alla verità, e addirittura di averla allontanata. Nella nuova inchiesta sul delitto di Garlasco un capitolo delicato riguarda i comportamenti degli ufficiali e i sottufficiali dell'Arma che per primi indagarono - o finsero di indagare - su Andrea Sempio, proseguendo in una linea scaturita già dalle prime indagini sulla morte di Chiara Poggi, e proseguita per anni: quella che indicava in Alberto Stasi il colpevole a tutti i costi.

Il primo a venire condannato per falsa testimonianza è stato Francesco Marchetto, comandante della stazione di Garlasco. Nei giorni scorsi, il suo superiore di allora, Gennaro Cassese, è stato accusato dello stesso reato, per le dichiarazioni rese ai nuovi inquirenti sulle omissioni nel suo interrogatorio a Sempio: false, secondo il procuratore aggiunto Stefano Civardi, che ha dovuto per questo sospendere l'interrogatorio. «Di quell'interrogatorio non cambierei nulla», dice ieri sera Cassese al Tg1, «e comunque non ho ricevuto avvisi di garanzia». Ma nell'appunto depositato da Civardi nel corso dell'interrogatorio di mercoledì scorso a Andrea Sempio emergono passaggi ancora più inquietanti, e che - nella ricostruzione dell'attuale procura di Pavia - investono anche i rapporti tra l'Arma nel 2016 e 2017 e l'allora procuratore capo Mario Venditti, oggi sotto indagine per corruzione anche in relazione al caso Garlasco. Una traccia di questo filone la trova la Guardia di Finanza quando sequestra il telefono di Maurizio Pappalardo, ex comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Pavia, arrestato (e poi condannato) per corruzione. Pappalardo è grande amico del procuratore Venditti, ospite fisso insieme a lui delle cene del bel mondo di affari e politica pavese, insieme a personaggi anch'essi oggi indagati. Dal telefono si scopre che il 24 dicembre 2016, vigilia di Natale, l'ufficiale si precipita in Procura e scatta una serie di foto agli atti ancora segreti dell'indagine su Sempio, aperta il giorno prima. A chiamarlo in Procura è stato «con insistenti messaggi» il maresciallo Antonio Scoppetta, anche lui oggi condannato per corruzione. I documenti vengono fotografati su un tavolo di vetro verde: è il tavolo del procuratore aggiunto, Venditti. Quando nell'ottobre scorso Civardi viene a saperlo, chiede spiegazioni agli uffici dell'Arma di Pavia. Di quegli screenshot non c'è traccia. Ma salta fuori un «fascicolo P» intestato a Sempio nel 2017. E lì dentro, a sorpresa, c'è una bozza della richiesta di archiviazione dell'indagine a carico di Sempio, l'archiviazione lampo decisa da Venditti. Nella bozza c'è un appunto scritto a mano, che propone delle correzioni che poi verranno recepite nella richiesta definitiva. Di chi è l'appunto? Chi ha passato la bozza ai carabinieri? «Si sconosce - scrive Civardi - l'esito di eventuali accertamenti della Procura di Brescia (che indaga su Venditti, ndr) sull'autore della scritta a mano». Che carabinieri e Venditti fossero compatti all'epoca nel chiudere prima possibile l'indagine su Sempio lo testimonia anche uno dei carabinieri incaricati di trascrivere le intercettazioni di Sempio: che spiega i colossali «buchi» nelle trascrizioni con la fretta di Venditti «di chiedere l'archiviazione». Nella nota di Civardi si sottolineano altre due anomalie: Venditti ha così fretta che invece di acquisire gli atti dai fascicoli ufficiali se li fa dare da Gianluigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi.

E per accertare se davvero sulle unghie di Chiara c'è il Dna di Sempio non fa nuove analisi ma si limita a interrogare il perito Francesco De Stefano, lo stesso del processo finito con la condanna di Stasi. «La dichiarazione di De Stefano ai pm non è rispondente al vero» scrive Civardi. Ma Venditti la prende per buona, «senza alcuna contestazione». E Stasi resta in carcere per altri dieci anni.

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